06/06/2010
La nostra vita e Frosinone
A spingermi al cinema non è stata però tanto la notizia del premio quanto piuttosto un articolo uscito qualche giorno prima su “Ciociaria Oggi” (quotidiano molto diffuso nella zona dove abito) nel quale si segnalava il film a partire da una scena in cui il protagonista, un piccolo imprenditore edilizio in difficoltà a consegnare nei tempi previsti una palazzina avuta in subappalto, decide di rivolgersi a “quelli di Frosinone”, cottimisti – come si apprende subito dopo - capaci di lavorare giorno e notte, senza mai allontanarsi dal cantiere, e rigorosamente “in nero” (“noi siamo gente seria”, conferma nello stipulare con una stretta di mano l'accordo il capo della squadra, completa anche di nonna cuoca che cucina sul campo).
In effetti in provincia di Frosinone ci sono centinaia di imprese che lavorano così, con padroncini che trovano il loro guadagno in una cifra che sta circa a metà della forbice che si allarga tra il costo del lavoro regolare e quello del lavoro in nero che utilizzano: “ci prendiamo i rischi – spiegano - e questo è ciò che vi chiediamo di pagarci”.
Non sono nemmeno gente cattiva. Organizzano grandi cene per i loro operai che a volte (come nel film) sono assenteisti da qualche altro posto di lavoro; sviluppano forme di mutualismo, lavorano fino a sfiancarsi sul cantiere come gli altri della squadra, sono certi di non violare alcuna legge “vera”, dato che quella formale dello Stato non la sentono giusta “perché non tiene conto della realtà”.
C’entra qualcosa questa presenza con il fatto che la provincia di Frosinone è uno degli epicentri dell’abusivismo edilizio, da quello piccolo della stanza in più o della soffitta che diventa mansarda, a quello di ville e capannoni industriali in attesa di una sanatoria, sempre esclusa e sempre concessa.
Sono stato vicesindaco di un comune oggi di trentamila abitanti che aveva venti anni fa poco meno di cinquemila domande di condono edilizio (oggi non so). Nessuno si metteva seriamente ad analizzarle, anche per il timore di scoprire che una parte di esse erano state presentate preventivamente, per case non ancora costruite ma che così si sarebbero potute fare in quanto precondonate.
In molte parti d’Italia si è andati avanti in questo modo (con amministrazioni – come ci hanno raccontato le cronache – di colori diversi) e non può stupire che adesso vinca una politica che condona, giustifica, blandisce, sposta il senso comune e il confine della violazione, dell’abuso, del reato.
La risposta l’ho avuta ritornando con la mente a un dialogo del film, quello in cui il protagonista rivela al suo datore di lavoro, per costringerlo a dargli un subappalto, di aver scoperto, prima della colata di cemento che ne ha cancellato le tracce, un operaio romeno sepolto alla base di un pilone. Il padrone si difende, dice che quell’operaio lì sul fondo c’è caduto da solo, ubriaco fradicio. E si vede che sta dicendo la verità, che lui è dispiaciuto, che è convinto di avere fatto la scelta migliore, per evitare che il cantiere venisse fermato.
È la normalità dell’aberrazione morale a legarci alla storia altrimenti un po’ scontata di questo film: l’impossibilità di individuare il male in uno, uguale a tanti altri che incontriamo ogni giorno e con i quali scambiamo due parole al bar, accettando il caffè che ci offrono; uno contro il quale non riusciamo nemmeno a schierarci subito, senza incertezze, perché troppo simile a molti che camminano sul filo e che sulla coscienza non portano occultamenti di morti sul cantiere solo perché, per fortuna, a loro non è (ancora) mai capitato.
Di Tarcisio Tarquini il 06/06/2010 alle 20:40
