15/05/2010
Il diritto di chi lavora
Si dice con l’insistenza del luogo comune che gli italiani conoscono i diritti ma non i relativi doveri. Oggi su Repubblica Adriano Sofri riflette sul gesto dell’infermiera napoletana - morta per ragioni che ci si affanna a dimostrare estranee alle modalità della sua clamorosa denuncia - che si è fatta togliere un po’ di sangue ogni giorno per alcuni giorni per protestare contro il ritardo nel pagamento dello stipendio da parte dell’Asl campana di cui era dipendente. “Secondo me – afferma la donna in un video che circola su You Tube – se si lavora si ha il diritto di essere pagati” e Sofri sottolinea il “secondo me” come sintomo dell’incertezza del diritto alla giusta retribuzione (e di ogni altro diritto), della sua riduzione al livello di congettura personale.
Non siamo nel campo del paradosso formulato da un intellettuale capace di cogliere la centralità dei dettagli. Basta parlare con qualsiasi giovane che abbia avuto piccole e precarie esperienze di lavoro per accorgersi che per molti non è affatto scontato che se si lavora si possa pretendere poi d’essere pagati, senza che ciò appaia sintomo di smodatezza.
E, del resto, quanti stagisti vengono utilizzati come forza di lavoro impropria? Lavorano come gli altri, ma non vengono retribuiti perché l’importante – ci si consola – è che facciano esperienza.
Pensiamoci un po’ tutti quanti e domandiamoci se qualche grammo di veleno non stiamo tutti quanti – anche noi stessi che ce ne supponiamo incolpevoli - contribuendo a inocularlo nei rapporti civili, sociali, di lavoro.
Sono rimasto, come tanti, colpito dalla manifestazione di alcuni precari licenziati da alcune strutture periferiche della Cgil che hanno manifestato la loro vicenda a Rimini, durante il congresso nazionale del nostro sindacato. Certo, non tutte le storie raccontate saranno così come ci sono state dette, di alcune si percepisce qualche incongruenza a prima vista. Certo, la Cgil nazionale ha risposto con tempestività, senza tergiversare e si è impegnata a rimediare dove possibile e necessario. Ma anche qui domandiamoci: se i casi sono veri, perché, per quale sviamento morale, per quale tarlo psicologico, per quale pretesa ideologica è stato possibile che nel sindacato, sindacalisti abbiano trattato con tanta supponenza e superficialità questioni che riguardano un diritto, il diritto al lavoro e al giusto trattamento?.
Non siamo nel campo del paradosso formulato da un intellettuale capace di cogliere la centralità dei dettagli. Basta parlare con qualsiasi giovane che abbia avuto piccole e precarie esperienze di lavoro per accorgersi che per molti non è affatto scontato che se si lavora si possa pretendere poi d’essere pagati, senza che ciò appaia sintomo di smodatezza.
E, del resto, quanti stagisti vengono utilizzati come forza di lavoro impropria? Lavorano come gli altri, ma non vengono retribuiti perché l’importante – ci si consola – è che facciano esperienza.
Pensiamoci un po’ tutti quanti e domandiamoci se qualche grammo di veleno non stiamo tutti quanti – anche noi stessi che ce ne supponiamo incolpevoli - contribuendo a inocularlo nei rapporti civili, sociali, di lavoro.
Sono rimasto, come tanti, colpito dalla manifestazione di alcuni precari licenziati da alcune strutture periferiche della Cgil che hanno manifestato la loro vicenda a Rimini, durante il congresso nazionale del nostro sindacato. Certo, non tutte le storie raccontate saranno così come ci sono state dette, di alcune si percepisce qualche incongruenza a prima vista. Certo, la Cgil nazionale ha risposto con tempestività, senza tergiversare e si è impegnata a rimediare dove possibile e necessario. Ma anche qui domandiamoci: se i casi sono veri, perché, per quale sviamento morale, per quale tarlo psicologico, per quale pretesa ideologica è stato possibile che nel sindacato, sindacalisti abbiano trattato con tanta supponenza e superficialità questioni che riguardano un diritto, il diritto al lavoro e al giusto trattamento?.
Di Tarcisio Tarquini il 15/05/2010 alle 20:37
