26/04/2010

Chi paga le news? Le risposte di Perugia

Sono stato al festival del giornalismo di Perugia per alcuni giorni e sono pienamente soddisfatto di quanto ho potuto apprendere, approfondire, discutere; un incontro riuscito, dunque, per la semplice ragione che tutti coloro che sono intervenuti conoscevano quello che dicevano perché prima lo avevano fatto. Ho seguito con particolare attenzione tutte le sessioni dedicate ai nuovi modelli di business del giornalismo, ben consapevoli che sta qui, nell’individuazione di come sia possibile ricavare risorse dalla produzione di notizie, il futuro più o meno tranquillo dell’informazione nell’era del web.
 
Riassumendo, le ipotesi (alcune già più definite e strutturate, altre ancora in via di definizione) hanno tutte in comune il fatto che si dovrà trovare il modo di far pagare le news. I modi proposti, però, non solo differiscono ma delineano anche modelli diversi di informazione; sono destinati, cioè, a caratterizzare la stessa qualità dell’informazione garantita ai cittadini. C’è differenza, infatti, tra il sistema dei micropagamenti verso cui si orientano i grandi editori e quello della raccolta di fondi promossi da fondazioni o agenzie che sollecitano direttamente il contributo economico dei cittadini interessati, per esempio, a un’inchiesta su un certo tema e perciò disposti a finanziarne la realizzazione.

È il modello partecipativo di Pro Publica (Paul Steiger, con la sua Fondazione da dieci milioni di dollari di budget e i suoi 35 giornalisti), oppure di Spot Us, che cerca soldi per il giornalismo locale. Ed è un modello che comincia a muovere i primi passi anche da noi. Alla Fondazione Ahref promossa da Luca De Biase con l’Università di Trento sono pronti a esaminare ottanta progetti di qualità per i social media per poi finanziare i migliori; You Capital cerca di raccogliere fondi per inchieste sul nucleare in Sardegna e un caso analogo alla banda della Una bianca, che insanguinò l’Italia del nord una ventina di anni fa, accaduto in Belgio e, come quello italiano, fortemente sospettato di essere legato alla strategia della tensione.
Si tratta in questo caso di piccole donazioni, promosse con una serie di focus partecipativi territoriali che sono nello stesso tempo azioni di marketing e processi partecipativi locali, con l’obiettivo di fare giornalismo investigativo ma anche di creare lettori più esigenti oltre che informati.



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Di Tarcisio Tarquini il 26/04/2010 alle 18:34



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