14/04/2010

Fotomontaggi del Quarto Stato

Torno sul quadro di Pellizza da Volpedo il Quarto Stato. Per confessare, in questo post, un senso di fastidio, quasi di irritazione, che ho provato una decina di giorni fa, vedendo in una trasmissione televisiva, condotta dal giornalista Paragone, il quadro sottoposto a un montaggio fotografico che, al posto dei volti originali, piazzava le facce di Bossi e altri leghisti. Si discuteva della penetrazione della Lega e dei messaggi leghisti tra i lavoratori, e il fotomontaggio era il modo più elementare per sintetizzarlo.
 


Nulla di scandaloso, se non il fatto che ci trovassimo di fronte a un espediente scontato; ricordo che quando iniziai a scrivere per Rassegna Sindacale un nostro collega, esperto di questi artifici di laboratorio, fece un’identica operazione utilizzando foto dei leader della Cgil di allora, Luciano Lama e Ottaviano Del Turco, con al posto della donna il volto di Donatella Tortura, una grande dirigente dei braccianti scomparsa qualche anno fa.

A un fotomontaggio analogo, fece ricorso – negli anni del Psi e del suo appello-evocazione dei ceti emergenti - il grafico Ettore Vitale (lo ricorda Onofri nel saggio di cui ho scritto in altro post), che impresse, in luogo degli antichi, i volti nuovi dei lavoratori di un decennio – gli anni ottanta del secolo scorso – che si apriva alle temperie dell’ancora balbettante cibernetica (definizione un po’ rudimentale di allora e che oggi pare tanto pateticamente inadeguata: ma del resto in quello stesso periodo era Giorgio Ruffolo a interrogarsi di socialismo nell’età, appunto, della cibernetica).
In questa contaminazione di Ettore Vitale, c’era però una tesi politica aderente al significato intimo del Quarto Stato, cogliendo essa – come il venerato originale - un movimento verso il futuro, e in particolare primi piani che già raccontavano dell’avvenuta metamorfosi del lavoro da manuale a intellettuale.
In quella proposta da Paragone che vede oggetto del fotomontaggio i capi leghisti, il senso, invece, è più povero, c’è solo il giochetto un po’ autoreferenziale (lo era stato anche quello del nostro collega con le foto dei capi sindacali di anni fa) di un giornalismo che prova uno scherzo innocente, non un’interpretazione o una lettura del futuro, sia pure ironica o grottesca.
Ma il mio fastidio in realtà – l’ho scoperto riflettendoci un po’ – aveva avuto origine da un episodio che mi era stato raccontato, da un testimone, due o tre giorni prima. Al momento dell’ingresso negli uffici della Provincia appena conquistata dalla destra il nuovo presidente, o forse qualche suo accolito, aveva rimosso la riproduzione del Quarto Stato che il vecchio presidente, sia pure in miniatura (così mi è stato precisato, quasi a voler sottolineare l’innocenza innocua dell’ostensione) aveva attaccato su una delle pareti della sua sala d’attesa. Rimosso, frantumato e nascosto sotto il divano, in attesa dell’opera, il giorno appresso, delle donne della pulizia.
Pensavo che non si usasse più infrangere i simboli e che alcuni simboli fossero diventati ormai di tutti; ma soprattutto pensavo che questo quadro non fosse da ritenersi il simbolo di qualcuno contro un altro, non essendolo mai stato, nemmeno all’origine. L'atto iconoclasta che ha scatenato conferma però la forza vitale di quella narrazione: la contemporaneità di quella epopea.


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Di Tarcisio Tarquini il 14/04/2010 alle 17:48



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