17/03/2010
Ragionamenti sullo Statuto dei lavoratori, con Umberto Romagnoli
L’intervista verrà pubblicata sul numero speciale del primo maggio di Rassegna Sindacale; non sarà facile riorganizzare, senza impoverirla di qualcuno dei tanti ragionamenti che il professore ha inseguito stando al gioco delle mie sollecitazioni, una conversazione che è andata avanti per due ore e che se nelle mie intenzioni doveva volgere verso la ricostruzione storica, fatta alla luce delle personali esperienze e di qualche aneddoto (nella ingenua speranza di trovarne ancora qualcuno rimasto inedito), si è indirizzata subito, per volontà del professore, sulle questioni di oggi; o meglio, sui grandi nodi teorici di ieri che trovano inaspettata vitalità ancora oggi.
Con lo Statuto ci troviamo di fronte, infatti, a una legge ancora vitale; una legge che suscita discussioni e attenzioni ancora dopo tanti anni dall’approvazione, al pari solo della Costituzione, di cui non a caso a molti parve una sorta di successiva e concreta emanazione dentro le fabbriche, fino a quel momento luogo del rapporto di forza non del diritto.
Anche oggi, come sempre, sono rimasto ammirato dalla profondità delle discussioni – la cui eco ho risentito nelle parole di Romagnoli – dalla ricchezza della dottrina, dall’ampiezza del senso della necessità storica di cui una classe dirigente, di politici (a partire dai due ministri del lavoro che si succedettero, Brodolini e Donat Cattin) e di studiosi seppe dare prova, muovendosi in piena sintonia – come nota con malinconica ironia il professore - per una qualche felice e non più ripetuta congiunzione astrale. “Io penso – mi ha spiegato Romagnoli – che alla base di tutto ci sia stato il fatto che erano uomini politicamente e intellettualmente onesti che si ritrovarono dentro un progetto comune”. In un’idea di paese, non solo nell’accordo sul testo di una grande legge.
Di Tarcisio Tarquini il 17/03/2010 alle 23:20
