03/11/2010
Borse di studio
Si possono declamare tutti i principi nobili che reggono questo mondo, si può far professione di tutti i più ammirevoli sentimenti, ma poi la propria natura più vera si rivela in un attimo, in un gesto, in un incupimento dello sguardo. Succede nella vita delle persone, ma riguarda anche le organizzazioni, i parlamenti, i governi che con una decisione, una norma, un decreto mostrano il senso vero di ciò che si ripromettono, incupiscono i loro atti, spingono alla superficie i loro rancori sociali, le loro meschinità politiche.
Tagliare i fondi per le borse di studio non ha giustificazioni; non è una misura contro lo spreco, non serve al risanamento finanziario (semmai impoverisce), non è nemmeno un taglio “lineare” perché colpisce selettivamente: danneggia chi ha meno possibilità di studiare e il suo diritto (diritto, qui la parola è quella giusta) che sia lo Stato a sostenerne l’impegno. È poi una decisione che avvilisce ancora di più l’Università, perché nasconde una furbata (o presunta tale). In forza del Dpcm dell’aprile 2001 che stabilisce le regole del diritto allo studio, infatti, tutti coloro che presentano domanda di borsa di studio e risultano idonei – anche quelli che non ricevono per carenza di fondi (era vero ieri, figuriamoci oggi) il riconoscimento monetario – debbono essere esentati dal pagamento della tassa di iscrizione. Il peso della misura, cioè, cade tutto addosso alle Università che cercheranno (e già lo fanno, con mille marchingegni ai limiti della truffa) di rastrellare risorse compensative da ogni lato, anche incrementando le tasse stesse in una girandola di aumenti e balzelli che rende il diritto allo studio il pallido ricordo di un tempo che fu (e di un paese forse più generoso e lungimirante).
Di Tarcisio Tarquini il 03/11/2010 alle 10:58
