La più bella che abbia sentito recentemente sul voto di oggi me l’ha detta stamattina mia sorella Anita. Rispondendo all’altra mia sorella (Marina) che le chiedeva se fosse sufficiente votare una lista per votare anche la candidata presidente (nel Lazio sono tre donne) collegata con quella lista ha risposto che certo è così, ma che lei in ogni caso avrebbe votato tutti e due i simboli perché “non si sa mai, se poi viene fatto un decreto interpretativo…”
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Questa sera in Conservatorio ho ascoltato un concerto molto bello: divertente e sofisticato. Lo ha eseguito Concezio Panone, docente di organo ma anche eccellente pianista che ha suonato al pianoforte canzoni d’epoca e d’autore alla maniera di alcuni dei più grandi musicisti dei secoli passati. Insieme con un pubblico non molto folto ma entusiasta ho ascoltato Parlami d’amore Mariù alla maniera di Puccini, Nel blu dipinto di blu alla maniera di Corelli, Vivaldi e Bach, Il tuo bacio è come un rock alla maniera di Mozart e così via fino a una fenomenale La pappa col pomodoro (canzone cult del Giamburrasca televisivo di parecchi anni fa) di Nino Rota, alla maniera di Rossini. Straordinaria, poi, la baglioniana Questo piccolo grande amore alla maniera dell’Eglise Catholique, con incastonature cioè del Veni creator spiritus e, in coda – come nelle trasmissioni di radio Vaticana – del Christus vincit.
Divertente e sofisticato dicevo, perché davvero questo apparente gioco di virtuoso ha aperto a me, come forse anche agli altri come me appassionati ma non esperti, prospettive nuove: l’idea di una musica che non ha generi che la distinguano, ma che si alimentano e rigenerano l’uno con e nell’altro. L’omaggio a Fred Buscaglione (a cinquanta anni dalla morte) con Guarda che luna che si apre con il Chiaro di luna di Beethoven e appare come un tessuto appena più andante nel rattoppo di uno scialle di gran pregio suggerisce il valore delle contaminazioni, con l’effetto sorprendente e imbarazzante di accorgersi che anche la tramatura classica alla fine ne esce ravvivata.
Nelle foto, Concezio Panone (sopra) e Fred Buscaglione
Non conoscevo l’operaio della Videocon che si è ucciso ieri, spaventato dalla prospettiva del prossimo licenziamento per la fine dell’azienda in cui aveva lavorato per venti anni. Non so se abbia famiglia, se abbia figli, se la sua depressione sia dipesa solo dalle prospettive nere per il suo futuro o anche dal riaffiorare di angosce più lontane e profonde. Conosco, però, bene quello che sta accadendo in quella fabbrica, alle persone che ci lavorano dentro, ai sindacalisti che cercano di fare il loro dovere, nel vuoto completo del governo che non ha soluzioni da proporre e della politica che finora è riuscita solo, e nei casi migliori, a descrivere il problema senza avere uno straccio di idea da suggerire.
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Leggo su Repubblica di oggi che uno dell’Authority delle comunicazioni dice di un altro della medesima Authorithy che è “uno spaccone”. Di se stesso dice, invece, che al telefono sarebbe capace “di vendere pure la Fontana di Trevi”. Da Paul Newman a Totò.
Questa mattina ho intervistato Umberto Romagnoli, grande giuslavorista, caposcuola ormai di quella stessa scuola del diritto del lavoro che ha avuto il suo maestro in Gino Giugni. Sono andato a trovarlo nella sua casa di Bologna, per parlare con lui - a quaranta anni di distanza - dello Statuto dei lavoratori.
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Nell’ultimo numero di Wired, segnalo una bella inchiesta di Mario Portanova (con foto altrettanto belle di Max&Douglas) sul nuovo stabilimento Pirelli di Settimo Torinese che produrrà pneumatici di altissima gamma. Un gioiello dell’architettura (il cuore del progetto è di Renzo Piano, un edificio in vetro e cemento che unisce i due corpi dello stabilimento, con vetrature che lasciano passare la luce ma proteggono come se fossero opache), della tecnologia (c’è un macchinario, il tamburo transformer composto da maglie d’acciaio mobili, attorno a cui si plasma la gomma calda, che si allarga o restringe a seconda del tipo di pneumatico che si vuole produrre: un pneumatico intelligente che trasmette informazioni all’apparato elettronico dell’auto), ma anche dell’impegno sociale e della dedizione civile di un sindaco del PD, Aldo Corgiat Loia, ex sindacalista CGIL, che davanti alla dismissione certa del vecchio stabilimento, e al degrado possibile delle aree svuotate, riesce a costruire con successo un’operazione, di cui il comune diventa regista e facilitatore, che salva e riqualifica 1.300 posti di lavoro. Un uomo del fare e dell’innovare, diremmo se non temessimo di usare per una cosa tanto seria termini così abusati fino al ridicolo.
Nell’impresa sono stati coinvolti e hanno partecipato l’assessore all’innovazione della Regione Piemonte Andrea Bairati (se concorre, auspichiamo che gli elettori lo rieleggano), il rettore del Politecnico di Torino, Francesco Profumo, l’amministratore delegato di Pirelli Tyre, Francesco Gori.
Proprio in questi giorni ho scritto per Rassegna Sindacale sulla crisi del Piemonte, e anche in questa difficile e amara ricognizione ho incontrato, segnalatomi dai sindacalisti della Cgil, un caso di successo: un’impresa produttrice di cemento (la Fassa di Calliano) che ha costruito il suo nuovo stabilimento, stando attenta non solo alla sicurezza e alla salubrità degli impianti ma anche alla scelta dei colori per favorire l’integrazione estetica nell’ambiente. Quando si parla di responsabilità sociale ci si riferisce a casi come questi, dove si fa un passo in più di quanti si sarebbe in dovere di fare.
Un sindaco e un assessore che hanno il coraggio di una sfida, tecnici e imprenditori che non ripiegano sul sicuro e sul minimo indispensabile per sentirsi in pace con le loro ambizioni. E che non hanno bisogno di manomettere i diritti di chi lavora per assicurare competitività alle loro aziende.
Quando mi impicciavo direttamente di queste cose, le liste si presentavano seguendo procedure ben precise; erano rituali che portavano l’atto, in sé null’altro che un adempimento burocratico, all’altezza del significato che aveva: il momento in cui si avviava il percorso che avrebbe portato il “popolo sovrano” a compiere la sua scelta di voto, designando i partiti e gli uomini cui esso avrebbe affidato il mandato di rappresentarlo e lo scettro del governo.
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Guardate - se avete la vista buona - quanto è bella questa foto. E' stata scattata il primo giugno 1906 e immortala il corteo delle mondine vercellesi che chiedono (e quel giorno otterranno) le otto ore.
Me l'ha inviata Sergio Negri, cultore di memorie e intellettuale appassionato della Cgil piemontese. Il fotografo sembra aver voluto riproporre - con raffinata scelta comunicativa - il quarto stato al femminile, cinque anni dopo lo stupendo originale di Pellizza da Volpedo, segnato anch'esso dalla straordinaria figura della madre con il figlio in braccio (la moglie Teresa, nella spiegazione successiva e, da ultimo, in quella illuminante di Massimo Onofri, nel "Suicidio del socialismo", editore Donzelli).
Io, questa foto, la propongo per l'8 marzo
È vero, il lavoratore non è - come riconoscono Giuliano Cazzola e Maurizio Sacconi, all’unisono ché se lo debbono essere detti prima - un minus habens. È, però, un minus potens (nel rapporto con il datore di lavoro) e la tutela dell’articolo 18 serve a diminuire questo suo deficit oggettivo. È un un po’ di potere in più perché egli sia completamente habens, quanto a diritti e scelte.