20/02/2010

Con i "negri" di Rosarno

Pierfranco Minnucci è un giovane che fa le cose con sentimenti antichi. Oggi è maestro elementare nelle vicinanze di Rimini e, a quanto ne so, è impegnato seriamente in questa attività, che si può fare per "tirare a campare" (che è comunque un nobilissimo intento) o per cambiare in meglio un po' del mondo che ci è più vicino. Prima di questo, è stato consigliere comunale della mia città e io, quando l'ho votato, ero sicuro di dare un voto alle mie convinzioni. Mi segnala questa sua riflessione che circola su facebook, e io la ripropongo. Non c'entra nulla il fatto che io ricordi chi è il vecchio Loreto e la sua figlia maestra.
 


Pensando alla immane catastrofe che ha colpito qualche settimana fa Haiti, consideravo come l’argomento sia quasi scomparso, già da un pezzo, dalle pagine di giornali e Tg.
Nel nostro Paese (o, per non passare per il solito disfattista “antitaliano”, forse in modo più accentuato che altrove), le abitudini sono spesso stravaganti quando non danno segni di pura schizofrenia (in questo caso tranquilli, sarà Vespa a farci confortare dai migliori strizzacervelli, che dal salotto bianco dispenseranno consigli di cura e sottoporranno dallo schermo l’intera nazione a sedute di analisi collettive). Noi italiani, riusciamo a mettere al centro delle nostre attenzioni per mesi, quasi a mo’ di una vera e propria sindrome compulsiva, sussurri su alcove prestigiose o a dividerci su qualche improbabile star dell’ultimo reality; per non parlare poi del calcio: ancora si discute sul goal di Turone alla Juve. Correva l’anno ’81 e credo che Moggi fosse ancora capostazione.
E dalla stravaganza passiamo alla disinvoltura con la quale si rimuove una forte emozione collettiva.

È risaputo che ora, dei terremotati abruzzesi se ne parla quasi esclusivamente in occasione delle visite del premier, novello Papa Giovanni e ovviamente al rovescio (così si è rivolto agli alunni di una scuola de L’Aquila: “dite ai vostri genitori che sono stato qui”. Roncalli raccomandava ai padri e alle madri di portare la carezza del pontefice ai propri figlioli). Per il 7 aprile in occasione del primo anniversario della tragedia, Wolf Bertolaso, Procure permettendo, ci stupirà con effetti speciali. Altro che gli americani!
E di Rosarno che dire? Liquidato come un problema di igiene pubblica.
Qualcuno avrà forse voluto spiegarci che un alloggio di fortuna sia più maleodorante dell’humus (collusioni, connivenze, silenzi…) dal quale la criminalità organizzata, ’ndrangheta, mafia o camorra, succhia il proprio fertilizzante.
Se nel caso del terremoto in Abruzzo emerge una miscela di distrazione e superficialità, con i fatti di Rosarno è stato evidente lo scarso allenamento a cui sottoponiamo la memoria. Che tra i suoi benefici, quello, grazie al quale costruiamo e modelliamo l’esperienza quindi le coscienze e le sensibilità, è certamente il più significativo.
Se è mancata la memoria e la sensibilità non si è scossa, qualcosa in questo Paese è davvero cambiato.

Qual è la ragione dell’assenza di significativi moti di indignazione verso quelle brutalità dette e fatte? Dobbiamo sospettare che stiamo dimenticando, o addirittura consegnando all’oblio il dato storico che parte delle fortune, questo Paese le deve ai milioni di connazionali, e quanti del Sud, che salendo su un bastimento lasciavano il niente per affidare al nulla le loro speranze? Ma quel nulla era l’unica possibilità.
È stata evidente la silenziosa intima ostilità verso i “negri”, a prescindere dai fatti. “Perché puzzano” abbiamo sentito dire, ma non in quanto “negri” (qui registriamo un tentativo di sfondamento a sinistra): puzzano perché, poverini, vivono in condizioni disumane. Quanta limpida ipocrisia mascherata di premura!
Fingendo di non sapere, peggio, non sapendo e nemmeno volendolo solo immaginare (la coscienza e la sensibilità di cui prima) che quelle persone, vedono nel nostro Paese quella stessa possibilità di speranza che i nostri nonni inseguivano nelle Americhe, in Australia o nell’Europa del Nord viaggiando nella terza classe che costava “dolore spavento puzza di sudore e odore dal boccaporto”.
Ancora, fingendo di ignorare che l’aspirazione massima di questi poveri cristi, non è “rubare” spazi e lavoro a qualcuno quanto piuttosto sopravvivere!

P.S.: A PROPOSITO DI MEMORIA. In occasione del 4 novembre, la mia maestra accompagnava tutta la scolaresca in visita dall’anziano padre, Cavaliere di Vittorio Veneto. Il vecchio Loreto, così si chiamava, ci raccontava della guerra (non facendo mancare aneddoti divertenti), ma preferiva soffermarsi sui duri sacrifici a cui furono chiamate quelle generazioni anche negli anni seguenti. Era evidente in lui, l’orgoglio della consapevolezza di aver contribuito al futuro dei suoi figli e nipoti. In quella stanza, c’era la rappresentazione di questo e se ne esemplificava il senso: la maestra, figlia del combattente del ‘15/’18, era il tramite, non il mediatore, tra le generazioni. Era lei ad essere attraversata dalla “storia” e moralmente a consegnare il testimone della memoria ai suoi figli, in quel caso alunni.
Questo accadeva tutti i 4 novembre, per i cinque anni delle elementari.
Certo, in quinta, forse già in quarta, ascoltando un racconto che non suonava nuovo, qualche affettuoso risolino andava in libera uscita.
Ma resta uno dei miei ricordi più belli.
Sarà anche grazie a Loreto e ai suoi racconti che sto con i “negri” di Rosarno?

Nella foto, famiglia italiana che emigra

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Di Tarcisio Tarquini il 20/02/2010 alle 20:18



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