02/11/2010

Assenteismo, ma anche presenteismo

Sui giornali di questi giorni mi è capitato di leggere spesso articoli sull’assenteismo, spesso accompagnati da bellicose dichiarazioni di dirigenti di azienda e ministri che, sulla scia dell’esibizione muscolare di Marchionne (loro luce e loro guida), hanno censurato il fenomeno, attribuendo alla sua incidenza le più o meno positive performance di uffici e aziende.
 
Domenica scorsa, poi, ho ascoltato e visto in tv, da Lucia Annunziata, i delegati della Fiom spiegare qualcosa di più, ridimensionare le percentuali di assenza negli stabilimenti Fiat circolate sui media, indignarsi per l’accusa di essere predisposti all’assenteismo calcistico (si è detto che avrebbe picchi in coincidenza delle partite della nazionale che, detto per inciso e a rassicurazione dei manager che il pallone schifano, non è stata mai tanto giù come oggi nell’indice di gradimento degli italiani). Mi è tornato, allora, alla mente un bel libro di oltre venticinque anni fa, scritto da un sociologo, all’epoca molto giovane che mi sembrò dotato di quella dote dell’immaginazione sociologica che un maestro di questa scienza considerava il di più capace di illuminare una situazione, il punto di osservazione attraverso cui indicare un percorso di lettura dei fatti inaspettato ma all’evidenza denso di verità.

Il sociologo, che oggi insegna all’estero e che per un po’ ha collaborato anche con Rassegna Sindacale, si chiama Fabrizio Carmignani e scrisse, appunto più di un quarto di secolo fa, un saggio intitolato “Assenteismo e presenteismo. Due strategie del comportamento operaio”. Lo studioso (allievo di Aris Accornero) a conclusione di un’indagine condotta a tappeto sugli addetti della società che gestiva il servizio di pulizia e conforto nei vagoni letto, particolarmente inclini - a quanto pare - ad assentarsi dal lavoro, affrontava il tema (con un cambio di prospettiva che a me, recensore ammirato del libro, sembrò geniale) partendo dalla domanda non sul perché quei lavoratori si assentassero ma, al contrario, sulle ragioni che li spingevano a essere presenti (il presenteismo, appunto). E rispondendo a quella domanda ricavò una serie di considerazioni che dimostrarono che se è difficile scoraggiare l’assenza è però forse meno complicato favorire e incentivare la presenza, e per questa via si può sconfiggere, in modo gentile ed efficace, l’assenteismo.

Ora, non voglio dire che sia sempre così; ma penso che sarebbe utile se chi si esalta nel fustigare l’assentesimo si chiedesse, prima di indossare i panni di fustigatore dei costumi degli altri, se ci sia qualche modo per incoraggiare la presenza; per indurre, insomma, il lavoratore ad attuare la strategia presenteista, cogliendo così il messaggio della tacita negoziazione che egli attua con le sue assenze e con le sue presenze. Chissà se andrebbe meglio. In ogni caso, quel libro di Fabrizio Carmignani (edito da Angeli nel 1984) è da leggere, e il mio post ha la sola finalità di consigliarne la lettura sperando che serva a chi, nelle cose della società, si ostina ancora a cercare la seconda chiave di lettura.

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Di Tarcisio Tarquini il 02/11/2010 alle 19:20



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