02/03/2010
Pertini e il popolo viola
Delle cose che sono state dette e scritte – l’occasione era il centenario della nascita – una mi ha colpito particolarmente, il richiamo della sua figura come riferimento del popolo viola, detto da un giovane che probabilmente quando Pertini è morto non aveva nemmeno finito le scuole elementari. In un paese immerso in un eterno presente, che non studia più la sua storia e perciò non la conosce (non c’è chi la insegna, nella scuola ma nemmeno nelle famiglie), mi ha stupito che un ragazzo potesse prendere a modello, proponendolo a tutti, un uomo d’un’altra epoca che, persino ai suoi tempi, qualcuno aveva considerato un po’ ingabbiato dal suo passato, incapace perciò di misurarsi con il passo, che già allora accennava a essere disinvolto, della politica dei suoi anni.
Alfredo Bonelli, un antifascista comunista (che nella nettezza del suo furore ideologico, finita la guerra e la resistenza se ne andò a cospirare contro Tito, dopo la sua messa al bando dal campo comunista per decreto di Stalin, per uscire alla fine dal partito in cui tanto aveva creduto) racconta un episodio di quando con Pertini condivideva il confino a Ventotene (lo ha scritto in una sua autobiografia che in copia dattiloscritta mi fece leggere quando mi occupai della sua attività di agitatore politico nella mia terra, la Ciociaria). Pertini, ricorda Bonelli, durante i violenti temporali che investivano l’isola, protetto da copricapo, impermeabile e calosce che la sua famiglia benestante non gli faceva mancare, usava andarsene a passeggiare nell’ampio cortile del caseggiato nel quale aveva il suo alloggio per sfidare la guardia, che aveva ricevuto l’ordine di non mollarlo mai d’un centimetro, e che mal riparata dalla scarsa dotazione di vestiti antipioggia messagli a disposizione dallo Stato fascista e con alle spalle una famiglia malandata che non poteva certo mandargli un vestiario adeguato, finiva inevitabilmente con l’infradiciarsi dalla testa ai piedi. Un comportamento, vedete bene, che giova al mito ma non alla simpatia umana.
Un eroe, lo definì seccamente e semplicemente Giuseppe Saragat, raccontando del periodo in cui insieme, nelle prigioni naziste, avevano atteso la fucilazione che sembrava imminente. E che era stata evitata (il 25 gennaio 1944) dal coraggioso stratagemma escogitato da un manipolo di partigiani socialisti romani, tra cui Peppino Gracceva e Giuliano Vassalli, grazie al quale i due prigionieri riuscirono a mettersi in salvo. Pertini, portando la sua versione dell’episodio, in un bel documentario televisivo, rivelò con il sarcasmo di chi la sa lunga che Nenni, ispiratore dell’azione, si era raccomandato di liberare soprattutto Saragat, perché “Pertini è più abituato” e quindi se la sarebbe cavata comunque.
Craxi ostentatamente applaudì l’esito della votazione annunciato da un commosso Pietro Ingrao, mentre abbracciando con lo sguardo l’intero emiciclo sembrò voler firmare la sua prima vittoria. Un socialista al Quirinale, intitolò l’Avanti!
Fu un grande presidente, per una ragione che a me parve evidente già in quegli anni. La capacità di schierare dalla parte della democrazia, della libertà repubblicana, delle istituzioni (anche allora trascinate nel discredito, investite dagli scandali, delegittimate dall’azione terroristica che fu sul punto di prevalere, non per vincere ma per distruggere) la stragrande maggioranza del popolo italiano.
Bisognerebbe raccontare di quanto furono importanti in quei frangenti i grandi vecchi della repubblica, quanto rassicurante la loro severa presenza, quanto persuasiva la loro scelta di campo. A me, e a tanti altri giovani della mia età che ne facevano un punto di uscire dalla retorica delle istituzioni, interessavano discorsi più articolati, analisi più profonde. Ma alla fine capimmo che da quei grandi vecchi avremmo potuto ricevere le risposte che ci sarebbero servite davvero; ci sentimmo presi per mano per uscire da quella nostra condizione in cui l’insicurezza e la violenza che vedevamo nella vita pubblica si confondevano con le nostre insicurezze di giovanotti davanti alle scelte della nostra vita che stentava a prendere la sua direzione, a disegnare il suo profilo.
Forse è solo per il ricordo di queste sensazioni che ho inteso come un segnale positivo il richiamo a Pertini fatto da un giovane di oggi, più o meno dell’età che io avevo un trentennio fa. È come se stia mutando il vento e si annunci in questo modo, con l’evocazione di un padre che sembrava dimenticato, un ritorno alla serietà, una riscoperta dell’impegno all’esercizio sovrano della responsabilità.
(Nella seconda foto dall'alto, Filippo Turati, il secondo da sinistra, e Pertini, il secondo da destra)
Di Tarcisio Tarquini il 02/03/2010 alle 00:54
