31/01/2010
Il campaniliano Fortebraccio
Ho letto tra ieri e oggi il libro di Fortebraccio, Facce da schiaffi, di cui ho ricordato un corsivo sapido sulla Fiat e i governi nel post dell’altro ieri. Arrivato oggi alla fine della lettura (anche dei contributi critici che fanno da premessa e appendice al volume), cerco di ragionare sulla qualità di questo giornalista dalla penna appuntita e dal tono sarcastico i cui pezzi reggono la prova di un lettore di qualche decennio dopo, anche se nel mio caso il lettore in questione li aveva apprezzati e trovati esilaranti già al momento dell’uscita, quelli almeno che comparivano incorniciati nella prima pagina dell’Unità, essendo i precedenti – quelli pubblicati dal Popolo – troppo lontani per i miei anni.
La prima cosa da notare è, appunto, questa. Mario Melloni, prima come Mario Melloni e poi come Fortebraccio, ha scritto per i quotidiani di due maggiori partiti italiani, allora aspramente in contesa, facendosi paladino dell’uno e l’altro campo con lo stesso vigore critico e con la medesima forza polemica. Non sto a ricordare la storia, peraltro notissima, del passaggio dal primo schieramento al secondo e delle ragioni. Melloni ha sempre rivendicato una coerenza di fondo, una fedeltà alla difesa degli stessi interessi popolari, e direi che la lettura delle pagine di Facce da schiaffi lo conferma tanto da indurre ad ammettere che il cambiamento di campo c’è stato (almeno nel sentire del giornalista) per non cambiare. L’impressione che se ne trae, però, è che il duplice arruolamento, seppure intelligente, alla fine abbia nuociuto al polemista, abbia limitato la sua forza, qualche volta lo abbai portato a piccole infamie (c’è un corsivo su Solgenitsin, francamente disgustoso) cosicché questa raccolta, proprio perché abbraccia il primo e il secondo Melloni, ha tra i suoi pregi quello di mostrarci a quali vertici sarebbe potuta salire la sua penna se non avesse accettato recinti, se avesse goduto di un’ispirazione più laica, se non avesse predeterminato la chiesa in cui militare, chiudendo gli occhi sui vizi dei suoi preti, neri, bianchi o rossi che volta per volta fossero.
Basterebbe rileggere l’articolo del 26 settembre 1948, scritto per il Popolo e riguardante il ritorno all’attività pubblica di Togliatti dopo l’attentato (pag. 230). Sotto tiro è una didascalia della prima pagina dell’Unità del giorno prima in cui, sotto la foto di una compagna che porge al leader un mazzo di fiori, si spiega: “Ieri per oltre dieci minuti il C.C. ha salutato il compagno Togliatti...” Dopo aver provato a misurare quante cose si possano fare in dieci minuti, Melloni affonda:
“per tutto questo tempo il CC avrebbe salutato l’on. Togliatti. Neanche applaudito; salutato: che è come dire: “Buon giorno, bravo, ben tornato, come va, ma che bell’incontro, toh chi si vede” e via scappellandosi per dieci minuti. Oh Dio, sarà magari vero, ma convenite che è grossa”.
Un pezzo degno di Achille Campanile.
Su questo voglio soffermarmi un attimo, perché nella ricerca di parenti o genitori che alcuni importanti giornalisti in appendice (tra tutti, molto convincenti Massimo Gramellini e Francesco Merlo) e lo stesso prefatore Beppe Benvenuto (curatore del volume con Filippo Maria Battaglia) conducono, mi pare sia sfuggito proprio un gigante, Achille Campanile appunto, maestro italiano dell’umorismo letterario. Io credo, al contrario, che proprio questa sia la parentela più forte, evidente, anche se non so quanto ammessa e sentita.
Anche qui basterebbe la prova della lettura. Andate a pagina 121, dove Melloni, adesso Fortebraccio, sull’Unità del 30 dicembre 1971 commenta il commiato di Giuseppe Saragat dal Quirinale, celiando sulla sua abitudine presidenziale di inviare telegrammi in gran copia e per ogni occasione. Dice Fortebraccio che quel vero difensore delle libertà degli italiani, in effetti a costoro ne ha tolto una: quella dei telegrammi, dal momento che, nei sette anni quirinalizi, tutti gli uffici postali nazionali sono stati impegnati a ricevere e trasmettere quelli del Presidente.
Ma poi sentite come conclude (qui, il calco è davvero campaniliano):
“...chi, costrettovi dall’urgenza, voleva assolutamente spedirne uno (di telegramma, ndr), doveva concepire il testo in modo che sembrasse provenire dal Quirinale, per trarre in innocente inganno il telegrafista distratto. Ecco, per esempio, un telegramma che una volta abbiamo mandato noi a Milano a un amico e che è passato con reverente precedenza: “A nome del popolo italiano e mio personale avvertoti che giungerò domani lunedì ore 16.35 stazione Garibaldi, indomito combattente per la giustizia e per la libertà”. (Quando in casa del nostro amico annunciarono col citofono che era arrivato un telegramma, tutti dissero: “sarà di Saragat”, e non lo lessero. Così non trovammo nessuno alla stazione.
Un’ultima considerazione. Il tratto campaniliano è dato anche da un altro aspetto, stavolta puramente letterario. Achille Campanile raggiunge la sua grandezza perché si esercita sulla retorica del romanzo popolare, ne prende i tratti e li stravolge, li porta fuori posizione, e in questo esercizio arriva a scoprirne l’inautenticità. Qualcosa di simile fa anche Melloni, perché, se si leggono bene, i suoi corsivi sono esercitazioni non sui personaggi della politica in essi raffigurati con sarcasmo e ironia, ma sullo stereotipo cui ricorrono, con diversa maestria e originalità, i giornalisti dei giornali cosiddetti indipendenti che li raccontano, senza negarsi quel servilismo che porta a non cogliere mai le contraddizioni, le ridicolaggini del potente. Obiettivo del veleno polemico di Mario Melloni, dunque, non è tanto il potente quanto chi ne racconta le gesta, senza il pudore della distanza critica, senza il dovere della serietà. E’ vero per Fortebraccio, ma è vero anche per il Melloni democristiano, e basta tornare a quell’articolo sul ritorno di Togliatti che, dopo le considerazioni sulla didascalia sotto la foto del Comitato Centrale, maramaldeggia su un pezzo di Alberto Jacoviello che riporta, con coloriture un po’ troppo ingenue per essere perdonate, le reazioni dei militanti sul rientro in campo del capo.
Nelle foto, Mario Melloni e Achille Campanile
Basterebbe rileggere l’articolo del 26 settembre 1948, scritto per il Popolo e riguardante il ritorno all’attività pubblica di Togliatti dopo l’attentato (pag. 230). Sotto tiro è una didascalia della prima pagina dell’Unità del giorno prima in cui, sotto la foto di una compagna che porge al leader un mazzo di fiori, si spiega: “Ieri per oltre dieci minuti il C.C. ha salutato il compagno Togliatti...” Dopo aver provato a misurare quante cose si possano fare in dieci minuti, Melloni affonda:
“per tutto questo tempo il CC avrebbe salutato l’on. Togliatti. Neanche applaudito; salutato: che è come dire: “Buon giorno, bravo, ben tornato, come va, ma che bell’incontro, toh chi si vede” e via scappellandosi per dieci minuti. Oh Dio, sarà magari vero, ma convenite che è grossa”.
Un pezzo degno di Achille Campanile.
Anche qui basterebbe la prova della lettura. Andate a pagina 121, dove Melloni, adesso Fortebraccio, sull’Unità del 30 dicembre 1971 commenta il commiato di Giuseppe Saragat dal Quirinale, celiando sulla sua abitudine presidenziale di inviare telegrammi in gran copia e per ogni occasione. Dice Fortebraccio che quel vero difensore delle libertà degli italiani, in effetti a costoro ne ha tolto una: quella dei telegrammi, dal momento che, nei sette anni quirinalizi, tutti gli uffici postali nazionali sono stati impegnati a ricevere e trasmettere quelli del Presidente.
Ma poi sentite come conclude (qui, il calco è davvero campaniliano):
“...chi, costrettovi dall’urgenza, voleva assolutamente spedirne uno (di telegramma, ndr), doveva concepire il testo in modo che sembrasse provenire dal Quirinale, per trarre in innocente inganno il telegrafista distratto. Ecco, per esempio, un telegramma che una volta abbiamo mandato noi a Milano a un amico e che è passato con reverente precedenza: “A nome del popolo italiano e mio personale avvertoti che giungerò domani lunedì ore 16.35 stazione Garibaldi, indomito combattente per la giustizia e per la libertà”. (Quando in casa del nostro amico annunciarono col citofono che era arrivato un telegramma, tutti dissero: “sarà di Saragat”, e non lo lessero. Così non trovammo nessuno alla stazione.
Un’ultima considerazione. Il tratto campaniliano è dato anche da un altro aspetto, stavolta puramente letterario. Achille Campanile raggiunge la sua grandezza perché si esercita sulla retorica del romanzo popolare, ne prende i tratti e li stravolge, li porta fuori posizione, e in questo esercizio arriva a scoprirne l’inautenticità. Qualcosa di simile fa anche Melloni, perché, se si leggono bene, i suoi corsivi sono esercitazioni non sui personaggi della politica in essi raffigurati con sarcasmo e ironia, ma sullo stereotipo cui ricorrono, con diversa maestria e originalità, i giornalisti dei giornali cosiddetti indipendenti che li raccontano, senza negarsi quel servilismo che porta a non cogliere mai le contraddizioni, le ridicolaggini del potente. Obiettivo del veleno polemico di Mario Melloni, dunque, non è tanto il potente quanto chi ne racconta le gesta, senza il pudore della distanza critica, senza il dovere della serietà. E’ vero per Fortebraccio, ma è vero anche per il Melloni democristiano, e basta tornare a quell’articolo sul ritorno di Togliatti che, dopo le considerazioni sulla didascalia sotto la foto del Comitato Centrale, maramaldeggia su un pezzo di Alberto Jacoviello che riporta, con coloriture un po’ troppo ingenue per essere perdonate, le reazioni dei militanti sul rientro in campo del capo.
Nelle foto, Mario Melloni e Achille Campanile
Di Tarcisio Tarquini il 31/01/2010 alle 20:40
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1
Gentile sig. Tarcisio,
non trovando un riferimento e-mail, uso questo spazio per chiederle una informazione sul post "Responsabilità sociale nella Caritas in Veritate", pubblicato sul suo sito il 07/07/2009.
In particolare sono interessato al passaggio:
"C’è, tuttavia, una chiosa critica, di non agevole interpretazione: “le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa”. È certamente un punto da approfondire, testo integrale alla mano...
Ha avuto modo di chiarire la "chiosa critica"? Mi piacerebbe sapere a quali "impostazioni etiche non accettabili" si riferisce l'enciclica.
Può consigliarmi una lettura in proposito?
Grazie
Cordiali saluti
non trovando un riferimento e-mail, uso questo spazio per chiederle una informazione sul post "Responsabilità sociale nella Caritas in Veritate", pubblicato sul suo sito il 07/07/2009.
In particolare sono interessato al passaggio:
"C’è, tuttavia, una chiosa critica, di non agevole interpretazione: “le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa”. È certamente un punto da approfondire, testo integrale alla mano...
Ha avuto modo di chiarire la "chiosa critica"? Mi piacerebbe sapere a quali "impostazioni etiche non accettabili" si riferisce l'enciclica.
Può consigliarmi una lettura in proposito?
Grazie
Cordiali saluti
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