26/01/2010

Rendicontare la politica. Vasto programma!

Al tema del rendere conto in politica richiama il collega Stefano Iucci in un commento al mio post sulle autocandidature (non so come definirle altrimenti, in assenza di un deliberato di un partito o di qualcosa di simile). Il tema diventa urgente all’indomani delle primarie di Puglia trionfalmente vinte da Nichi Vendola, contro l’indicazione ufficiale del PD.
 
Ora, chiarito che Vendola era il naturale candidato in quanto governatore uscente e che perciò non si è mai ben capito – non essendogli stati mossi rilievi sull’attività svolta - perché dovesse essere immolato sull’altare dell’alleanza con l’UDC, c’è da rilevare che mentre molti hanno detto e scritto che si è trattato delle primarie del PD (e, in effetti è stato il PD a deciderle come via d’uscita all’impasse determinatasi per via della sua imprudente iniziativa), in realtà così non pare essere stato, se ne è risultato vincitore non un iscritto o aderente al PD ma il leader nazionale di una forza alleata ma concorrente, come Sinistra e Libertà.
Sono state, allora, primarie di coalizione; di una coalizione, però, di cui uno dei virtuali contraenti affermava l’insufficienza puntando apertamente ad allargarla, ben sapendo che se avesse preso un pezzo a destra, alle condizioni da questa richieste, ne avrebbe perso un altro a sinistra e perciò la coalizione oltre a rischiare di non allargarsi avrebbe subito un cambiamento qualitativo di non poco rilievo.
Insomma, il PD ha fatto le primarie di una coalizione che non gli sembrava confacente, dalle quali è uscito eletto il candidato che non gli piaceva: ce n’è abbastanza per farsi venire qualche dubbio sulla lucidità di questo partito.
A meno che gli obiettivi fossero diversi da quelli dichiarati. Ma qui, e torniamo al tema, si esce fuori dal campo del rendicontabile.

Uno dei principi su cui si basa la rendicontazione, infatti, è che gli obiettivi siano rendicontabili, siano cioè formulati in maniera tale da essere comprensibili e provvisti di una concretezza che li renda realistici e misurabili: trasformare il mondo, per dire, o - più modestamente – rinnovare la regione non è un obiettivo rendicontabile, aumentare da x a y la quota di raccolta differenziata di rifiuti, invece, lo è. Si può ovviamente impostare una campagna elettorale su incommensurabili obiettivi, ma in questo caso dobbiamo parlare non di una tappa del processo di rendicontazione ma di una campagna di propaganda più o meno suggestiva, più o meno sfacciata.
Il problema della politica del passato, che non ha mai fatto i conti con la rendicontazione, è che non sapeva, prima d’ogni altra cosa, determinare i propri obiettivi, preferendo rifugiarsi (sempre più stancamente con il passare del tempo) nei “vasti programmi”, su cui, come è noto, si ironizzò autorevolmente.
Un tentativo di rendere rendicontabile la politica lo ha compiuto (meglio, ha fatto finta di compierlo) Berlusconi, quando ha preannunciato, per esempio, dando numeri e indicando scadenze, che avrebbe abbassato le tasse, avrebbe costruito questo, avrebbe realizzato quell’altro.
Non ha fatto nulla o quasi di quanto aveva solennemente promesso, ma gli basta dire che l’ha fatto, e che non lo vuole vedere solo chi è in mala fede, per farla franca.

Il tema della bugia nel rendicontare è stato affrontato interrogandosi su chi debba essere preposto a validare il prodotto della rendicontazione. Io sono dell’idea che non c’è bisogno di certificatori professionali, ma che sono gli stessi destinatari della rendicontazione (i cittadini, gli stakeholder) a dover assolvere il compito. Confesso, tuttavia, che mi interrogo sempre più spesso su questa mia fiduciosa aspettativa.

Anni fa, nella mia città, la DC, il partito che amministrava con la maggioranza assoluta, pubblicava a ogni scadenza elettorale un opuscolo intitolato “Parlano i fatti”, su cui stampava  le foto delle opere realizzate nei diversi campi; era una rendicontazione un po’ casereccia e assai traballante; non spiegava, per esempio, se quell’opera reclamizzata avesse senso rispetto alla missione suffragata dal mandato popolare; e del resto quello era il tempo in cui molte opere venivano fatte e giustificate solo per via di un finanziamento piovuto dall’alto (la manina o manona di Andreotti) e – si diceva – sarebbe stato colpevole rimandarlo indietro.
Ma nessuno voleva notarlo. E alle minoranze (non si attribuiva loro nemmeno lo status di opposizione, forse per sfregio) non restava che bofonchiare nella piazza del paese, attendendo – ahimé - tempi migliori.

Nella foto, D'Alema. Non ha partecipato alle primarie di Puglia ma dicono le abbia perse

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Inviato da Tarcisio Tarquini il 26/01/2010 alle 19:01



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