20/01/2010

Candidati e manifesti

Forse dovremmo chiedercelo. Girando per le città si vedono già da qualche tempo manifesti con le facce dei candidati alle prossime elezioni regionali. Non risulta che ci siano state riunioni di partito in cui le liste elettorali siano state preparate, discusse, approvate; e tuttavia ci sono già i candidati. A prescindere, si potrebbe dire, da chi sarebbe preposto a candidarli.
 

Ci si potrebbe chiedere anche chi fornisca i mezzi per sostenere spese che si possono immaginare rilevanti, basta informarsi di quanto costi un poster gigante (di quelli 6x3) e moltiplicarlo per quanti se ne vedono affissi. Si discute, accademicamente mi pare, dei costi della politica; e intanto però non ci si chiede – come non ci si chiedeva ieri nell’ultimo scorcio del secolo passato – da dove provengano risorse tanto cospicue. E se si tratta di investimenti, quale sia il ritorno atteso, il business programmato. In questi casi, io che sono un malinconico, torno con il ricordo alle mie campagne elettorali, nell’ambito modesto di un comune che mi eleggeva consigliere comunale. Capitò, una volta, che nella nostra lista venisse candidato un indipendente che si fece stampare manifesti elettorali in cui, con una grafica elegante e discreta, suggeriva il suo numero (non c’erano i nomi: erano sostituiti dai numeri e forse, a rifletterci col senno di dopo, era anche la maniera di dire che in fondo contava più l’insieme, la sequenza numerica, che non il protagonista, leader in fieri). Suscitò disagio, perché la propaganda personale era vietata dallo Statuto, sembrava un’insopportabile vanità e come tale veniva tacciata. Certo, altri tempi (ma eravamo alla metà dei novecenteschi anni ottanta non un secolo fa), ma ogni tanto fa bene ricordarlo in questa fiera delle vanità che è diventata la campagna elettorale di oggi.

Mi arrivano, mentre concludo, due post di Pierfranco Minnucci, un amico lettore di questo blog che spesso, pur essendo più giovane, la pensa come me. Li ripropongo di seguito.

Un vecchio socialista, riferendosi ad un autorevole esponente del P.C.I. della mia città mi disse: ”È diventato comunista (nel dopoguerra) perché erano finiti i posti nella Democrazia Cristiana“. Anche oggi c’è chi vorrebbe tanto arruolarsi nella folta schiera dei berluscones e che per ragioni oscure, non per me…, fa finta di opporsi ad una cultura di cui invece ne subisce fortissimamente il fascino. In effetti lì di posti ne sono rimasti probabilmente molto pochi… Provate a visitare questo link:www.pdfrosinone.com/index.asp

17 gennaio 2009
L’imponente battage pubblicitario di due esponenti del Pd di Frosinone lascia pochi dubbi che saranno candidati alle regionali. Designati dal partito o candidati di “diritto“? Con gli altri che dovranno riempire la lista, quali argomenti verranno usati per convincerli che avranno pari opportunità? In questi casi il soccorso rosso del sottogoverno è una manna...


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Di Tarcisio Tarquini il 20/01/2010 alle 19:17



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Volevo segnalare, non tanto rispetto a questo articolo, ma più in generale in merito alla necessità del "render conto" in politica, un'illuminante conversazione con Massimo D'Alema apparsa oggi su La Stampa. D'Alema dice a Geremicca di non essere affatto preoccupato di un eventuale esito catastrofico delle elezioni pugliesi perché, spiega, "Io non ho mai perso un'elezione, non ho mai perso un congresso". Il lettore si ferma, a questo punto, un po' sorpreso; torna indietro, magari pensa di aver letto male. E invece, no. C'è scritto proprio così". Ora passi per i congressi (lì c'è l'intreccio con le primarie non ancora risolto e quindi non si capisce bene dove e come si "perde" o "vince" la leadership di un partito ), ma le elezioni? Che vuol dire che D'Alema non le ha mai perse? E i lunghi anni berlusconiani? E le tante strampalate candidature? Per favore, D'Alema, "rendici conto" delle tue affermazioni!

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