29/12/2009

Disputa su Craxi

È un po’ triste questa disputa su Craxi che mette in ombra i tentativi di una ricostruzione storica, finalmente serena, del pensiero e delle opere di questa figura di primo piano della repubblica dell’ultimo quarto del secolo scorso.
 

Da una parte si distingue Di Pietro che di Craxi (che lo affrontò senza il tremore imbarazzante di altri nell’agone processuale) vuole ricordare solo “la corruzione e la latitanza”, dall’altra chi (con le sue televisioni, o con l’ostentazione di manette e forche) partecipò all’assalto negli anni di mani pulite e oggi lo difende per equiparare quella che resta una grande vicenda politica a qualcosa che assomiglia piuttosto, in questi anni, a un’avventura imprenditoriale di cui la politica è poco più che un mezzo.
Ci si mette anche Claudio Martelli con la sua intervista a Repubblica di questa mattina a dire le mezze verità: a ricordare avventure insieme (“anche galanti, ma non solo”) omettendo, però, che fu lui a segnare (questa fu almeno la percezione di allora e di molti) la fine dei tentativi ancora possibili di salvare (chissà) il salvabile di una storia che invece venne dal “discepolo” considerata definitivamente chiusa: “vi lascio per ritrovarci nel partito democratico”, egli disse più o meno, rivolgendosi ai socialisti, al momento dell’annuncio delle dimissioni da ministro (incarico ricoperto con valore), dopo l’avviso di garanzia a seguito delle rivelazioni, mi pare, di Silvano Larini.

Ho scritto, quasi dieci anni fa, un ritratto di Craxi che venne pubblicato nel gennaio 2000 da Nuovi Argomenti. Il fascicolo, dedicato al secolo appena concluso, uscì proprio nei giorni della morte di Craxi, ma non per questo – a eccezione che nella prestigiosa ma ristretta cerchia della rivista – ebbe una qualche eco. Protagonista era il mio sguardo, di militante molto appassionato; il modo in cui avevo visto nascere e affermarsi la figura politica di Craxi; le azioni che avevano convinto una base, tradizionalmente indisciplinata e rumorosa, a riconoscere un leader assoluto al quale affidare le sorti di un partito centenario, che mai aveva avuto un unico leader indiscusso – nemmeno Nenni, la cui biografia trascendeva nel mito.
Riprendevo, poi, la tesi illustrata da Luciano Cafagna in un libro (La grande slavina, Marsilio) che sembrava riportare su un piano di nobiltà l’intreccio che allora andava rivelandosi incestuoso e mostruoso tra denaro e politica, offrendo di tutta la vicenda una chiave di lettura meno devastante, meno definitiva di quella che argomentavano le sentenze.

Ai polemisti di questi giorni consiglio, però, la lettura del libro (già citato in un precedente post) di Ugo Finetti, Storia di Craxi (Boroli editore), che ricostruisce la parabola politica del leader socialista dagli esordi milanesi alla conclusione. Dice verità diverse da quelle correnti su fatti importanti della vita del nostro paese; per esempio, su Moro e la politica di solidarietà nazionale, rivelandoci che fu il gran capo democristiano (lui, non altri con l’agguato degli ultimi minuti – come si è sempre detto) a imporre, nel governo che avrebbe sancito nel 1978 la nuova alleanza Dc-Pci, una lista di ministri sgradita al Pci, giungendo a un livello di tensione con questo partito che fu sciolto solo per il rapimento del 16 marzo (il rapimento di Moro – è la tesi, estrema, di Finetti - salvò la politica di solidarietà nazionale, non è vero dunque che la condannò). Racconta anche episodi che provano un rapporto tutt’altro che contrastato tra Craxi e Pertini, e trame inedite su fatti come il ruolo della P2 e di Gelli e lo scandalo Eni-Petromin (una tangentona i cui destinatari sarebbero stati gli anticraxiani dentro e fuori il Psi). Virtuosa, inoltre, (è un tema della polemica di queste ore) fu, così sostiene il resoconto di Finetti, la politica di risanamento del governo Craxi, a metà anni ottanta del secolo scorso, con una finanziaria da 47 mila miliardi e con una riduzione clamorosa dell’inflazione, a cavallo del decennio precedente fuori controllo.
Insistita è, infine, la rivendicazione dell’assoluta sincerità dell’impegno di Craxi nella ricerca dei mandanti dell’assassinio di Walter Tobagi all’interno dello stesso ambiente del Corriere della Sera: sincerità tutt’altro che presa per buona da Benedetta Tobagi nella sua splendida memoria del padre (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi), che ci vede piuttosto – in postumo pacato contrasto con il nonno, il padre di Walter – una finalità tutta politica.

Se quella di Craxi è una vicenda politica, non si può però sfuggire a una domanda: perché la sconfitta? Se l’abilità, e alla fine la valutazione storica, di un uomo politico dipendono in gran parte dal risultato conclusivo della sua azione non possiamo evitare di chiederci quale sia stato il risultato dell’azione di Craxi. Vittima di un complotto politico? Ma un uomo politico, appunto, non deve analizzare, prevedere, raffigurarsi le forze in campo e muoversi di conseguenza? Non deve eliminare i punti di debolezza, anticipando l’attacco dei nemici? Per un socialista, la domanda è se la distruzione del partito socialista, proprio quando la storia confermava le sue ragioni, non sia un esito che da solo suona a condanna politica di un leader che fu tutt’uno col suo partito.

Finetti cerca di ragionare anche su questo, sulla “caduta” e sull’errore fatale, individuato nella crisi del pentapartito nella primavera del 1991: un passaggio che sarebbe dovuto sfociare in nuove elezioni, ma che venne timidamente risolto con un nuovo governo Andreotti. “L’errore - annota Finetti - riflette non uno stato di arroganza, ma di insorta debolezza fisica, una sostanziale stanchezza e un abbassamento della guardia”. Come nel capitolo settimo del Principe che ragiona della sfortuna del Valentino e dell’imprevista malattia. Ma che conclude, senza appello: “Errò adunque il duca e fu cagione dell’ultima ruina sua”. Io penso che questo dubbio, forse una consapevolezza, abbia amareggiato non poco gli ultimi anni dell’esilio (“tecnicamente, latitanza”, obietterebbe Di Pietro) di Craxi.
(Nelle foto, dall'alto in basso: Craxi, Craxi in tribunale, Moro e Tobagi)


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Di Tarcisio Tarquini il 29/12/2009 alle 22:33



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