18/12/2009

Contributi, giornali e stupidaggini

Questa mattina, la giornaliera consultazione del nostro conto bancario (della cooperativa editrice di questo sito) ci ha portato una buona notizia: abbiamo incassato il contributo dell’editoria relativo all’anno 2008. Dopo le rituali “Ovaciones i oreillas” (il fatto accade, in genere, un po’ prima di Natale e perciò stimola anche qualche lacrima, disponendoci a pensieri insolitamente sereni), abbiamo rivolto l’attenzione alla finanziaria e soprattutto al dopo finanziaria, per capire se anche il Natale dell’anno venturo potrà portarci ancora quest’ormai atteso breve momento di felicità o se, invece, no.
 


Come si ricorderà, per le cooperative di giornalisti in ballo c’è il cosiddetto diritto soggettivo; tradotto in parole semplici, significa che si discute se le cooperative possano aspettarsi con certezza concessione ed entità del contributo (con il diritto soggettivo) o se, al contrario, esse dovranno attendere i conti che il governo chiude a fine anno per capire se e quanto sia possibile ripartire tra i vari aventi titolo (senza diritto soggettivo).
Senza altri dettagli, basta questo per capire l’assurdità che si determinerebbe se risultasse confermata quest’ultima opzione: imprese, già fragili di per sé, sarebbero costrette a dover impostare al buio, a ogni inizio anno, bilanci e rapporti con gli istituti di credito. Quanto (non quando, perché le lungaggini di tempo costano ma possono essere sopportate) sarà pagato dallo Stato? Quanto, dunque, si potrà inscrivere nei propri conti preventivi? Quanto si potrà destinare agli investimenti? E così via, interrogandosi.

Ieri è circolato un ordine del giorno leghista che inserisce nel discorso una variante, che a me sembra mostruosa. Questo documento - salutato con incomprensibile soddisfazione da gente che dovrebbe essere del mestiere ma che nulla sa di conti, di cooperative e di diritti – propone un doppio binario: il diritto soggettivo resta ma solo per i giornali che vendono più dell’80 per cento delle copie in edicola, sparisce per tutti gli altri. Sembra una misura di bonifica e, al contrario, è una stupidaggine colossale. Per una ragione generale: un diritto può essere determinato da un “merito” non certo da una modalità con cui un soggetto organizza la sua attività (come dire, hai diritto a una borsa di studio se all’università ci vai con il tram e non a piedi); per una ragione economica: l’edicola è il sistema di distribuzione più oneroso (grandi numeri per piccole vendite), in tutti i paesi europei la percentuale del venduto nelle edicole è una quota minoritaria rispetto alle vendite per abbonamento; in Italia non è così per ragioni storiche (le poste, prima di tutto), ma una legislazione e misure che tendono al miglioramento e all’eliminazione dello spreco il problema dovrebbe porselo con serietà.
Si capisce cosa c’è dietro la proposta leghista: garantiamo qualche quotidiano e il resto si salvi se può. È davvero questo che vogliamo? Se è così, si dica e ci mettiamo tutti l’anima in pace.

In questi giorni, in redazione, stiamo concludendo il nostro bilancio sociale degli ultimi tre anni. Lo facciamo, periodicamente, dal 2003 e, nel mondo dell’editoria, siamo i soli.
In questa edizione abbiamo individuato tra gli interlocutori principali, ai quali indirizzare la nostra rendicontazione, il dipartimento della presidenza del Consiglio che segue i problemi dell’editoria. Riceviamo un contributo dallo Stato, pensiamo che lo Stato – nella figura del dipartimento - sia un nostro “stakeholder”, un soggetto cioè che è interessato alla nostra attività in quanto in parte la determina e in parte (sia pure infinitesimale, lo riconosco) ne è anche condizionato.
Ebbene, è stato utile. Ci ha aiutato a ragionare e rendicontare su quanto bene pubblico abbiamo generato. L’occupazione, per esempio; oppure le tasse versate (da parte della società e da parte di chi ci lavora). È un conto che ci dice che lo Stato dà e lo Stato (quasi del tutto) riprende. Certo, ci farebbe piacere che il nostro stakeholder- dipartimento, leggendo il nostro bilancio sociale, non si fermasse ai soli dati certificanti il dare-avere economico e si ponesse la domanda se l’operato della nostra cooperativa (le sue pubblicazioni, i temi che affrontano, i lettori ai quali sono destinate) incide sulla qualità dell’informazione del nostro paese. Ma sarebbe già sufficiente che buttasse un rapido sguardo sui conti.

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Di Tarcisio Tarquini il 18/12/2009 alle 14:00



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