12/06/2009
Cos'è un bilancio sociale? Risposta a Lorenzo
Un lettore, Lorenzo, confessa - dicendosi ignorante in materia - di non aver capito bene cosa sia un bilancio sociale. Provo a definire, precisando che le definizioni risentono abbastanza sia dell’ambito a cui questo strumento si riferisce – pubblico, privato, azienda, ente, sindacato, ecc. – sia della cultura, della metodologia e della tecnica di chi lo realizza. Questo, insomma, per dire che non ho difficoltà a perdonare a Lorenzo la sua confusione, così come non saprei perdonare a me stesso se questa confusione Lorenzo dovesse continuare a tenersela dopo le mie spiegazioni.
“ Il bilancio sociale è un documento di sintesi, risultato di un processo di rendicontazione sociale, che rende conto in una prospettiva sia consuntiva che programmatica della missione e delle strategie formulate, delle attività realizzate, dei risultati prodotti, degli effetti determinati, considerando congiuntamente la pluralità degli stakeholder e le dimensioni, economica, sociale e ambientale, dell’organizzazione”.
Per capire, partiamo dal bilancio economico di un’impresa; in quel documento – che la legge pretende e che deve essere redatto secondo modelli codificati - si dà conto se quella impresa con la sua attività abbia determinato dal punto di vista economico utili e perdite per i suoi proprietari. È evidente che questo resoconto annuale non può dirci tutto dell’impresa, che certo produce risultati economici ma anche conseguenze su altre dimensioni e su soggetti molteplici. Il bilancio sociale colma questa lacuna informativa, perché allarga il resoconto dall’esclusivo ambito economico arrivando a illustrare i risultati prodotti, sull’ambiente e sul contesto sociale, e gli effetti provocati a vantaggio o svantaggio di tutti coloro che possono essere condizionati e interessati all’attività dell’impresa.
Questi ultimi si chiamano stakeholder, e cioè sono, ci dice la traduzione, i portatori di interesse o i portatori di una scommessa; cosa diversa dagli shareholder che sono, invece, i possessori delle azioni, delle quote di proprietà; e i cui interessi spesso non coincidono con quelli degli altri. Qualche stakeholder? I lavoratori dell’impresa, i fornitori, le banche finanziatrici, i consumatori, ma anche le istituzioni locali e i cittadini che vivono nelle vicinanze dell’azienda (interessati più alla sicurezza ambientale che ai ricavi). Il bilancio sociale deve soddisfare i loro bisogni informativi su quello che l’azienda fa.
Quanto detto vale per un’impresa, ma a maggior ragione vale anche per altri tipi di organizzazione le cui finalità non siano precipuamente economiche. Una cooperativa di lavoro, per esempio, ha la finalità di creare occupazione per i suoi associati; per essa non sarà perciò sufficiente avere i conti a posto se questo non si traduce anche in un aumento dei soci chiamati a lavorare. Se questa cooperativa si limitasse a dare conto delle sue performance economiche non ci direbbe tutto della sua attività, e soprattutto non darebbe conto della coerenza di tale attività con la sua missione e le sue strategie. Il bilancio sociale permette di ampliare l’informazione necessaria, assicurando un’informazione più veritiera e completa.
Consideriamo, perciò, quanto possa essere necessario un bilancio di questo tipo per un comune, o per un sindacato. L’uno e l’altro non hanno l’obiettivo di creare utilità economiche con il loro operato. Hanno piuttosto l’obiettivo, coerente con la loro missione costitutiva, di assicurare - il comune - il benessere della comunità, e di migliorare - il sindacato - le condizioni materiali e spirituali (si direbbe con antico e nobile linguaggio) dei lavoratori e di chi aspira a diventarlo.
La Cgil ha compiuto un atto di coraggio nello scegliere di incamminarsi sulla strada della rendicontazione sociale, e cioè di inoltrarsi nel processo di cui il bilancio sociale è uno dei passaggi qualificanti.
Questo documento, quando sarà completo, ci dirà non solo come la Cgil ha impiegato le risorse che gli vengono conferite dai lavoratori (da anni il suo bilancio economico è pubblico) ma anche se il suo operato, i suoi obiettivi, le sue azioni, i risultati conseguiti, gli effetti prodotti, gli impatti determinati hanno risposto alla sua missione. E ce lo dirà con l’approfondimento, l’oggettività, la completezza che la disciplina della rendicontazione è in grado di garantire.
Per quanto riguarda internet, caro Lorenzo, basta spostarsi su un motore di ricerca, scrivere bilancio sociale e cliccare. Il resto viene da sé. Molti siti di comuni, province e regioni pubblicano i loro bilanci sociali (per esempio, Bologna, Milano, Cremona, la provincia di Parma, ma l’elenco è molto più lungo). Se ne trovano anche di aziende; in Italia la Merloni, oggi Indesit, è stata la prima nel 1978, ma lo ha ripetuto solo di recente. Hanno fatto bilanci sociali e li hanno pubblicati sui loro siti, le poste e le ferrovie. Troppo spesso succede però di imbattersi in documenti spot, pensati per la necessità del momento e poi lasciati nel dimenticatoio, a testimoniare di una breve stagione di “accountability”. E invece così come non si può fare il bilancio economico un anno sì e un anno no, altrettanto dovrebbe essere per il bilancio sociale (in realtà basta farlo con scadenze fisse in modo che i periodi rendicontati siano omogenei).
Da ultimo, l’Edit Coop pubblica sul sito di Rassegna, che ospita il mio blog, il suo bilancio sociale. O almeno così è stato. Chissà se si trova ancora.
Riprendo, dunque, la definizione che io e Cristiana Rogate (una specialista della materia, io sono invece un giornalista, curioso di tutto e esperto di niente – avrebbe chiosato Calvino) abbiamo dato nel nostro volume “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (Maggioli, 2008).
“ Il bilancio sociale è un documento di sintesi, risultato di un processo di rendicontazione sociale, che rende conto in una prospettiva sia consuntiva che programmatica della missione e delle strategie formulate, delle attività realizzate, dei risultati prodotti, degli effetti determinati, considerando congiuntamente la pluralità degli stakeholder e le dimensioni, economica, sociale e ambientale, dell’organizzazione”.
Per capire, partiamo dal bilancio economico di un’impresa; in quel documento – che la legge pretende e che deve essere redatto secondo modelli codificati - si dà conto se quella impresa con la sua attività abbia determinato dal punto di vista economico utili e perdite per i suoi proprietari. È evidente che questo resoconto annuale non può dirci tutto dell’impresa, che certo produce risultati economici ma anche conseguenze su altre dimensioni e su soggetti molteplici. Il bilancio sociale colma questa lacuna informativa, perché allarga il resoconto dall’esclusivo ambito economico arrivando a illustrare i risultati prodotti, sull’ambiente e sul contesto sociale, e gli effetti provocati a vantaggio o svantaggio di tutti coloro che possono essere condizionati e interessati all’attività dell’impresa.
Questi ultimi si chiamano stakeholder, e cioè sono, ci dice la traduzione, i portatori di interesse o i portatori di una scommessa; cosa diversa dagli shareholder che sono, invece, i possessori delle azioni, delle quote di proprietà; e i cui interessi spesso non coincidono con quelli degli altri. Qualche stakeholder? I lavoratori dell’impresa, i fornitori, le banche finanziatrici, i consumatori, ma anche le istituzioni locali e i cittadini che vivono nelle vicinanze dell’azienda (interessati più alla sicurezza ambientale che ai ricavi). Il bilancio sociale deve soddisfare i loro bisogni informativi su quello che l’azienda fa.
Quanto detto vale per un’impresa, ma a maggior ragione vale anche per altri tipi di organizzazione le cui finalità non siano precipuamente economiche. Una cooperativa di lavoro, per esempio, ha la finalità di creare occupazione per i suoi associati; per essa non sarà perciò sufficiente avere i conti a posto se questo non si traduce anche in un aumento dei soci chiamati a lavorare. Se questa cooperativa si limitasse a dare conto delle sue performance economiche non ci direbbe tutto della sua attività, e soprattutto non darebbe conto della coerenza di tale attività con la sua missione e le sue strategie. Il bilancio sociale permette di ampliare l’informazione necessaria, assicurando un’informazione più veritiera e completa.
Consideriamo, perciò, quanto possa essere necessario un bilancio di questo tipo per un comune, o per un sindacato. L’uno e l’altro non hanno l’obiettivo di creare utilità economiche con il loro operato. Hanno piuttosto l’obiettivo, coerente con la loro missione costitutiva, di assicurare - il comune - il benessere della comunità, e di migliorare - il sindacato - le condizioni materiali e spirituali (si direbbe con antico e nobile linguaggio) dei lavoratori e di chi aspira a diventarlo.
La Cgil ha compiuto un atto di coraggio nello scegliere di incamminarsi sulla strada della rendicontazione sociale, e cioè di inoltrarsi nel processo di cui il bilancio sociale è uno dei passaggi qualificanti.
Questo documento, quando sarà completo, ci dirà non solo come la Cgil ha impiegato le risorse che gli vengono conferite dai lavoratori (da anni il suo bilancio economico è pubblico) ma anche se il suo operato, i suoi obiettivi, le sue azioni, i risultati conseguiti, gli effetti prodotti, gli impatti determinati hanno risposto alla sua missione. E ce lo dirà con l’approfondimento, l’oggettività, la completezza che la disciplina della rendicontazione è in grado di garantire.
Per quanto riguarda internet, caro Lorenzo, basta spostarsi su un motore di ricerca, scrivere bilancio sociale e cliccare. Il resto viene da sé. Molti siti di comuni, province e regioni pubblicano i loro bilanci sociali (per esempio, Bologna, Milano, Cremona, la provincia di Parma, ma l’elenco è molto più lungo). Se ne trovano anche di aziende; in Italia la Merloni, oggi Indesit, è stata la prima nel 1978, ma lo ha ripetuto solo di recente. Hanno fatto bilanci sociali e li hanno pubblicati sui loro siti, le poste e le ferrovie. Troppo spesso succede però di imbattersi in documenti spot, pensati per la necessità del momento e poi lasciati nel dimenticatoio, a testimoniare di una breve stagione di “accountability”. E invece così come non si può fare il bilancio economico un anno sì e un anno no, altrettanto dovrebbe essere per il bilancio sociale (in realtà basta farlo con scadenze fisse in modo che i periodi rendicontati siano omogenei).
Da ultimo, l’Edit Coop pubblica sul sito di Rassegna, che ospita il mio blog, il suo bilancio sociale. O almeno così è stato. Chissà se si trova ancora.
Di Tarcisio Tarquini il 12/06/2009 alle 19:40
Leggi i commenti
1
Salve,
sono una studentessa di Economia e sto svolgendo un lavoro sulla rendicontazione sociale delle BANCHE NON QUOTATE! Mi rivolgo soprattutto a Cristina Rogate, dato che è un'esperta, per sapere cosa può spingere una banca non quotata a redigere Bs oppure viceversa perchè non lo fa. Da quanto ho capito sono tutte chiacchiere. Rispondete in molti tutte le vostre osservazioni mi sono utili.
grazie Francesca
Scrivi un commento
Il commento sara' pubblicato dopo la moderazione.
