22/11/2009
L'Italia sotterranea di Niccolò Ammaniti
Non è un’assenza di poco conto, perché il romanzo (avvincente, come i precedenti) è un viaggio nel fondo degli incubi del nostro paese e il lavoro che finisce è l’incubo che mina, in questi giorni, in questa nostra epoca, la vita di centinaia di migliaia di famiglie, demolisce le loro certezze, accorcia l’orizzonte delle loro prospettive, apre falle nella razionalità delle loro vite. Insomma, è qualcosa di strutturale che muta la forma e la sostanza della vita italiana di oggi. Sarebbe ingiusto affermare che gli scrittori non ne parlino o non sappiano parlarne (è così per tanti, non per tutti), ma è sicuramente vero che ancora adesso essi sembrano essersi fermati al limite, incerti se compiere il passo che li porterebbe a indagare per capire cosa questa fine del lavoro faccia succedere nelle cavità delle anime, nelle parti più nascoste dei cervelli, nelle dimensioni sotterranee delle persone e delle comunità - quelle da cui partono, senza che ce ne accorgiamo, i cambiamenti del nostro mondo. E che le analisi sociologiche e economiche non riescono a spiegarci, mentre la letteratura ha la capacità di afferrare e rivelarci prima che il nostro occhio comune riesca a mettere a fuoco.
Niccolò Ammaniti tra gli scrittori che conosco è quello che più possiede la natura di “indagatore dell’incubo” (anche in virtù della sua colta vocazione fumettistica); quello che più è capace di cogliere la continuità tra vita reale e vita virtuale, o meglio di scoprire e portare alla vista la fibra di videogame che intesse le nostre vicende quotidiane.
Proprio un grande videogame, ambientato in un mondo sotterraneo pure quando è all’aperto, è Che la festa cominci, dove tutto è estremo e tuttavia tutto è reversibile, persino la morte dei personaggi che non è quasi mai definitiva, visto che se lo scrittore, con parole inequivocabili, li descrive inesorabilmente morti non esita poi, qualche pagina appresso, a farceli rispuntare davanti pronti a ricominciare l’avventura.
Potrei terminare ragionando sul fatto che nella fabbrica che chiude, nel lavoro che finisce non c’è quasi mai reversibilità. Ma non voglio stiracchiare una morale partendo dal supposto limite del bel romanzo di un grande narratore. Che la vita non sia un videogame lo sappiamo tutti e non c’è bisogno di ricordarlo. Io intendevo solo segnalare, approfittando di un post, un libro da leggere.
Di Tarcisio Tarquini il 22/11/2009 alle 14:03
