29/10/2009
Il tempo politico sbagliato degli azionisti
L’altra sera, alla presentazione dei due libri di e su Riccardo Lombardi, che l’Ediesse ha pubblicato recentemente (ne ho scritto già in un post), Guglielmo Epifani ha parlato del fattore tempo nella politica. Lombardi, ha detto il segretario della Cgil, ha avuto lo stigma (nobile per alcuni, mortificante per altri) della cultura azionista, quello d’essere sempre o un po’ in anticipo o un po’ in ritardo sui tempi, sui tempi della storia e della politica.
È certamente vero per Lombardi, come lo è stato per Vittorio Foa, Ugo La Malfa, lo stesso Bruno Trentin, tutti azionisti che hanno compiuto, dopo la fine del Partito d’Azione, la scelta di non rituffarsi negli studi, dove forse la loro natura li avrebbe sospinti, ma di continuare l’attività politica portandovi dentro valori, cultura, rigore, sobrietà.
Il tempo è determinante, arrivare in orario con i tempi è addirittura essenziale per dare efficacia alla propria azione, per misurarla con la realtà e le possibilità del proprio presente.
Un professore di filosofia spiegava a noi, giovani liceali impazienti di tutto, che non il filosofo che aveva già nell’età classica auspicato la fine della schiavitù, ma Aristotele, che aveva compreso che la sua abolizione sarebbe avvenuta solo quando la spola fosse andata da sola, aveva capito il suo tempo e, alla fine, aveva indicato la prospettiva della storia.
Naturalmente, la ricerca della consonanza con il proprio tempo può anche significare lo smarrimento della prospettiva, della speranza e dell’impegno per il futuro; ogni storicismo può nascondere nel suo seno il cinismo, può essere una faccia del conservatorismo.
Quando ascoltavamo Lombardi nei suoi appassionanti comizi, a cui partecipavamo come recandoci a una lezione universitaria, sapevamo tutti che l’obiettivo a cui guardava e ci invitava a guardare stava un po’ più in avanti di quello che l’attualità avrebbe sopportato. E tuttavia eravamo anche consapevoli che non erano mai chiacchiere vane, mete illusorie, svolazzi accademici, in cui purtroppo, allora allo stesso modo di ora, sembrava indulgere una sinistra che rifiuta metodicamente la prova di realtà. Si trattava, insomma, di spunti, riflessioni, indicazioni di metodo e di stile che quelli tra noi che facevano politica attiva nelle sezioni, nelle assemblee elettive, nei posti di lavoro potevano utilizzare per arricchire le loro analisi, per fondare le loro proposte.
Un po’ fuori tempo Lombardi lo era, ma sempre in rapporto con il suo tempo, per toccarne fino in fondo le estensioni verso il futuro.
Nel 1972, Lombardi si presentò capolista per il Partito Socialista nella circoscrizione del Lazio. Venne perciò a parlare a Frosinone. Lo presentò il segretario della Federazione, un compagno di grande probità e valore, oltre che un chirurgo affermato, Ugo Bellusci. Che per definirlo ricorse a Dante, e gli disse:
“Facesti come quei che va di notte/che porta il lume dietro e sé non giova/ma dopo sé fa le persone dotte”.
Non so come si potrebbe sintetizzare meglio l’asincronia politica di Lombardi e degli azionisti.
È certamente vero per Lombardi, come lo è stato per Vittorio Foa, Ugo La Malfa, lo stesso Bruno Trentin, tutti azionisti che hanno compiuto, dopo la fine del Partito d’Azione, la scelta di non rituffarsi negli studi, dove forse la loro natura li avrebbe sospinti, ma di continuare l’attività politica portandovi dentro valori, cultura, rigore, sobrietà.
Il tempo è determinante, arrivare in orario con i tempi è addirittura essenziale per dare efficacia alla propria azione, per misurarla con la realtà e le possibilità del proprio presente.
Un professore di filosofia spiegava a noi, giovani liceali impazienti di tutto, che non il filosofo che aveva già nell’età classica auspicato la fine della schiavitù, ma Aristotele, che aveva compreso che la sua abolizione sarebbe avvenuta solo quando la spola fosse andata da sola, aveva capito il suo tempo e, alla fine, aveva indicato la prospettiva della storia.
Naturalmente, la ricerca della consonanza con il proprio tempo può anche significare lo smarrimento della prospettiva, della speranza e dell’impegno per il futuro; ogni storicismo può nascondere nel suo seno il cinismo, può essere una faccia del conservatorismo.
Quando ascoltavamo Lombardi nei suoi appassionanti comizi, a cui partecipavamo come recandoci a una lezione universitaria, sapevamo tutti che l’obiettivo a cui guardava e ci invitava a guardare stava un po’ più in avanti di quello che l’attualità avrebbe sopportato. E tuttavia eravamo anche consapevoli che non erano mai chiacchiere vane, mete illusorie, svolazzi accademici, in cui purtroppo, allora allo stesso modo di ora, sembrava indulgere una sinistra che rifiuta metodicamente la prova di realtà. Si trattava, insomma, di spunti, riflessioni, indicazioni di metodo e di stile che quelli tra noi che facevano politica attiva nelle sezioni, nelle assemblee elettive, nei posti di lavoro potevano utilizzare per arricchire le loro analisi, per fondare le loro proposte.
Nel 1972, Lombardi si presentò capolista per il Partito Socialista nella circoscrizione del Lazio. Venne perciò a parlare a Frosinone. Lo presentò il segretario della Federazione, un compagno di grande probità e valore, oltre che un chirurgo affermato, Ugo Bellusci. Che per definirlo ricorse a Dante, e gli disse:
“Facesti come quei che va di notte/che porta il lume dietro e sé non giova/ma dopo sé fa le persone dotte”.
Non so come si potrebbe sintetizzare meglio l’asincronia politica di Lombardi e degli azionisti.
Di Tarcisio Tarquini il 29/10/2009 alle 11:11
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Un po' in ritardo e soprattutto un po' in anticipo. Mi pare che questa storia di Lombardi come la racconti tu possa parlare a molti di noi (anche a quelli che non sono stati socialisti) e ci possa aiutare a capire meglio l'oggi. Qualcuno di noi l'aveva detto che i carri armati sovietici non erano certo una bella cosa. Molti di noi l'avevano detto che la pubblica amministrazione italiana deve essere riformata (mi pare che anche Trentin insistesse su questo). E oggi? Oggi abbiamo Brunetta. Come ci possiamo riconciliare con i tempi della storia? Forse non ci resta che sperare nella metafora del lume
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