22/10/2009

Riccardo Lombardi e una riflessione sui documenti politici

Con un bel ritratto di Mario Ritarossi è uscito ieri su Il Mese di "Rassegna Sindacale" (era già stato pubblicato sul sito) il mio articolo su Riccardo Lombardi, a venticinque anni dalla morte (www.rassegna.it/articoli/2009/09/24/52347/riccardo-lombardi-una-lezione-di-metodo). È stato ben intitolato: il Gran Lombardi; dispiace, ma non sorprende, che la ricorrenza stia passando senza momenti ufficiali di celebrazione.
 
Un’iniziativa della Fondazione della Camera – che a qualcuno non era sembrata proporzionata, perchè Lombardi non ha avuto incarichi ministeriali o istituzionali di rilievo (non basta essere stato prefetto della liberazione di Milano e ministro dei trasporti in uno dei governi del Cln) – è stata rinviata sine die. Unica iniziativa di rilievo, almeno a mia conoscenza (e diciamo pure che ci sono stato attento), la presentazione dei due libri (ambedue del 1976 – la biografia scritta da Miriam Mafai e l’intervista sull’alternativa curata da Carlo Vallauri, introdotta nella nuova edizione da Fausto Bertinotti – che l’Ediesse, la casa editrice della Cgil, ha voluto ripubblicare con decisione provvidenziale) che si terrà a Roma martedì 27 ottobre alle 17 presso il salone della Federazione nazionale della stampa: ci saranno Fausto Bertinotti e Guglielmo Epifani, che discuteranno del grande leader socialista con Miriam Mafai, Carlo Vallauri, Michele Prospero.

Ne parlo non tanto per ricordare l’iniziativa e il mio articolo, ma per sottolineare un elemento che c’entra molto con gli argomenti che affronto in questo blog. E che posso riassumere nella ricerca della coerenza (o, più spesso, dell’incoerenza) tra il dire e il fare; tra ciò che colui che ricopre un incarico pubblico dichiara di voler attuare e quello che poi fa realmente. Nella biografia della Mafai, infatti, è ricordata una notte famosa nella storia socialista negli anni in cui prendeva le mosse il centro-sinistra, la notte di San Gregorio – era il 16 giugno del 1963.
In quella notte la corrente autonomista, fino a quel momento guidata dal duo Nenni – Lombardi, si spaccò sulla scelta dell’ingresso diretto del Psi nel governo presieduto da Aldo Moro: Nenni era per entrare, Lombardi, che nell’occasione venne accusato di tradimento, decise di votare contro il documento della maggioranza e quindi impedì (in realtà procrastinò solo per alcuni mesi) il varo del cosiddetto centrosinistra organico.

Che c’entra questo con i nostri discorsi? A me sembra che c’entri. Quello era un tempo in cui gli scontri politici interni ai partiti e tra i partiti si consumavano tutti sui documenti politici. E gli scontri erano aspri, assoluti, perché l’adesione o meno, il voto positivo o negativo a un documento si traducevano poi in azioni e comportamenti conseguenti, non erano possibili mediazioni successive, a meno che queste, una volta intervenute, non fossero sancite in un nuovo documento. Il patto della notte di San Gregorio, qualche anno più tardi il preambolo Forlani che avrebbe segnato la virata neocentrista della Democrazia Cristiana, le tesi congressuali dei vari partiti (e c’era differenza tra tesi congressuali, aperte a contributi migliorativi per consentire nuove adesioni – o più spesso, gestioni unanimistiche e verticistiche dei congressi, - e documenti congressuali, al contrario, per definizione chiusi ad ogni modifica), i documenti del Pci, vergati sorvegliando ogni parola perché dietro ogni parola doveva soffiare lo spirito della storia, fino ai tragici scritti delle Brigate Rosse, parodia estrema e finale del discorso politico in nome del quale ci si divideva o ci si univa riconoscendosi nemico o amico del vicino. Le stesse lettere di Moro dal fondo della prigione brigatista sono, infine, documenti di complessa e solitaria mediazione, ingenuamente fiduciosi nella capacità del discorso di controllare e sconfiggere la follia della violenza.

Insomma, i documenti venivano presi sul serio anche quando non erano seri. E firmare un documento equivaleva a consegnarsi al destino di cui quel documento descriveva la parabola. Ogni documento era anche un avvio di rendicontazione, perché di quanto in esso previsto si doveva appunto dar conto; contava l’idea che le parole avessero un peso sui comportamenti, anzi che questi in quelle dovessero essere già tutti contenuti, spiegati, anticipati. E che perciò non dovessero restare impunite la deroga e l’incoerenza. Io penso che oggi il guaio sia anche la scissione definitiva tra parole e azioni, la non rendicontabilità delle azioni per l’autoreferenzialità delle parole.

Riccardo Lombardi nel ritratto di Mario Ritarossi

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Di Tarcisio Tarquini il 22/10/2009 alle 00:18



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