16/10/2009
Una questione d'identità
Ho scritto per Rassegna e Rassegna.it un articolo sulla Videocon, la fabbrica di Anagni, in Ciociaria, che produce (adesso assembla solo) apparecchi televisivi e che, messa in vendita dal gruppo indiano della famiglia Dooth, rischia per non chiudere di dover cambiare completamente tipo di attività.
Già mi ero interrogato in un post di un paio di mesi fa su cosa questo comporti non solo (ed è l’essenziale) per chi ci lavora, ma anche per l’identità stessa dell’azienda che vede stravolta la sua missione diventando qualcosa d’altro da ciò che è stata fino a questo momento.
È quello che sta accadendo un po’ da per tutto e l’interrogativo perciò ha un valore generale. Le identità, ovviamente, sono un dato stabile ma storico, possono perciò cambiare nel tempo medio-lungo. È accaduto per grandi organizzazioni che hanno subito cambiamenti profondi e hanno perciò dovuto riequilibrare il loro statuto costitutivo e il senso precipuo del loro esistere. Ma è sempre difficile che questo possa avvenire azzerando la propria storia, ricostruendo dal nulla – ancora peggio, da un disastro - il proprio “se” caratteristico.
Certo, se una fabbrica in crisi viene comprata da un gruppo nuovo con attività nuove non è molto giudizioso e intelligente chiedersi che cosa avvenga della missione; semplicemente, la vecchia fabbrica viene incorporata in un’altra organizzazione produttiva e ne acquisisce identità e missione.
Osservato dal punto di vista delle persone, però, entrare come ultimi arrivati in un'altra realtà aziendale, con lo stigma del fallimento subito, non è un evento da mettere da parte con una semplice scrollata di spalle.
Un operaio della Videocon, - che fu, prima di chiamarsi così, Videocolor, impresa leader nel settore dei cinescopi, dotata di un laboratorio di ricerca che ha registrato orgogliosamente al suo attivo duecento brevetti internazionali – mi ha raccontato con rabbiosa commozione che nella concitazione delle trattative delle ultime settimane un dirigente della proprietà uscente ha alzato i toni contro gli interlocutori, dileggiandoli con una frase che ha colpito più di una coltellata: “Voi sapete fare solo la pizza”. Detto a chi ha portato il colore tv in Italia.
Quando parliamo di rendicontazione, dunque, di missioni da definire, di identità da disegnare, non dobbiamo dimenticare – questo voglio dire – che non si tratta di astrazioni, ma spesso di difesa di senso, di ricerca di un nuovo senso.
Già mi ero interrogato in un post di un paio di mesi fa su cosa questo comporti non solo (ed è l’essenziale) per chi ci lavora, ma anche per l’identità stessa dell’azienda che vede stravolta la sua missione diventando qualcosa d’altro da ciò che è stata fino a questo momento.
È quello che sta accadendo un po’ da per tutto e l’interrogativo perciò ha un valore generale. Le identità, ovviamente, sono un dato stabile ma storico, possono perciò cambiare nel tempo medio-lungo. È accaduto per grandi organizzazioni che hanno subito cambiamenti profondi e hanno perciò dovuto riequilibrare il loro statuto costitutivo e il senso precipuo del loro esistere. Ma è sempre difficile che questo possa avvenire azzerando la propria storia, ricostruendo dal nulla – ancora peggio, da un disastro - il proprio “se” caratteristico.
Certo, se una fabbrica in crisi viene comprata da un gruppo nuovo con attività nuove non è molto giudizioso e intelligente chiedersi che cosa avvenga della missione; semplicemente, la vecchia fabbrica viene incorporata in un’altra organizzazione produttiva e ne acquisisce identità e missione.
Osservato dal punto di vista delle persone, però, entrare come ultimi arrivati in un'altra realtà aziendale, con lo stigma del fallimento subito, non è un evento da mettere da parte con una semplice scrollata di spalle.
Un operaio della Videocon, - che fu, prima di chiamarsi così, Videocolor, impresa leader nel settore dei cinescopi, dotata di un laboratorio di ricerca che ha registrato orgogliosamente al suo attivo duecento brevetti internazionali – mi ha raccontato con rabbiosa commozione che nella concitazione delle trattative delle ultime settimane un dirigente della proprietà uscente ha alzato i toni contro gli interlocutori, dileggiandoli con una frase che ha colpito più di una coltellata: “Voi sapete fare solo la pizza”. Detto a chi ha portato il colore tv in Italia.
Quando parliamo di rendicontazione, dunque, di missioni da definire, di identità da disegnare, non dobbiamo dimenticare – questo voglio dire – che non si tratta di astrazioni, ma spesso di difesa di senso, di ricerca di un nuovo senso.
Di Tarcisio Tarquini il 16/10/2009 alle 00:15
