29/09/2009

A cosa serve, e a chi, la rendicontazione sociale

Perché un’organizzazione, qualsiasi organizzazione, può trarre giovamento dalla rendicontazione sociale? Perché un ente locale o un’azienda, che pure sono entità costitutivamente abbastanza distinte, per finalità e mezzi, possono ricorrere l’uno e l’altra, sperando ragionevolmente di ricavarne giovamento, alla redazione di un bilancio sociale?
 
Io penso che rispondere a queste domande sia necessario per dissipare le perplessità che, in genere, si incontrano nel momento in cui si muovono i primi passi del percorso dell’accountability, del rendere conto. Propongo alcune risposte (a cominciare da questo post, per continuare nei prossimi), affidandole alla riflessione e alle esperienze di chi voglia aggiungere a queste mie le proprie riflessioni.

La rendicontazione sociale, di cui il bilancio sociale è lo strumento principale (non l’unico), è prima di tutto una modalità attraverso cui l’organizzazione riflette su se stessa e riconsidera il suo rapporto con l’esterno. Due sono gli elementi su cui questa riflessione s’incardina: la definizione della identità e l’individuazione degli stakeholder, in sostanza chi si è, cosa si fa e perché, e per chi lo si fa. Il dato essenziale è che tanto il focus che porta a riconsiderare la missione, quanto quello che chiama a protagonisti gli stakeholder – tutti quelli che sono interessati all’attività dell’organizzazione, che la condizionano e che ne sono condizionati – sono condotti ponendosi da un punto di vista esterno all’organizzazione, sfuggendo quindi (o almeno provandoci) all’insidia tremenda dell’autoreferenzialità.

A chi ha praticato la difficile arte dell’elaborazione dei bilanci sociali è nota la grande fatica che si sopporta quando si cerca di definire la missione, o quando si scopre la differenza che c’è tra cosa si è e cosa si fa. È una fatica che ho affrontato personalmente, insieme con i colleghi e le colleghe della cooperativa che presiedo, quando formulando la missione dell’Edit Coop abbiamo risposto che questa consisteva nel “fare Rassegna Sindacale”, confondendo così clamorosamente un’azione (il fare) con la missione (il perché), il senso ultimo, potremmo dire di ciò che si fa; nel nostro caso, detto sinteticamente, informare sui problemi del lavoro, garantendo l’accesso all’informazione di temi e soggetti che normalmente ne stanno fuori perché estranei alle logiche di comunicazione degli editori più grandi.

Dunque, prima regola: missione e strumenti sono distinti. Impararlo ci aiuta a capire meglio chi siamo e a valutare meglio se quello che facciamo risponde alla nostra identità, dove sta scritta la ragione del perché siamo nati come organizzazione e non dobbiamo essere confusi con altri.

PS. Tutto questo alla vigilia della manifestazione sulla libertà di stampa alla quale hanno aderito le nostre redazioni. A proposito di missione e identità.

Nella foto, la copertina del volume Rossa, lo straordinario libro-catalogo della Mostra sull'iconografia e la comunicazione del movimento operaio allestita a Napoli e Torino per i cento anni della Cgil.

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missione stakeholder bilancio sociale roma 3 ottobre libertà di stampa rossa

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Di Tarcisio Tarquini il 29/09/2009 alle 18:37



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