26/09/2009

Scuola liquida per non chiudere nei piccoli comuni

Dopo il Convegno sulle aree interne del Molise e sulle strategie di sopravvivenza dei piccoli comuni (di cui in un precedente post) e un’inchiesta del quotidiano La Repubblica sulla chiusura delle scuole nei piccoli centri, vista a ragione come il segno più forte della crisi demografica e sociale che li investe, ho riflettuto su quanto in merito si sta facendo o si propone ricavandone sconsolate conclusioni.

 
Nella maggior parte dei casi si protesta, si stiracchia la proroga della chiusura ben sapendo che il numero degli scolari dirà alla fine la parola decisiva. Qualcuno propone di trasformare le scuole in centri multiservizio, ma così si risolve il problema dell’ottimizzazione dell’uso degli edifici e niente altro. Altri dispongono finanziamenti aggiuntivi (in genere fondi regionali) che fanno funzionare ancora un po’ la macchina, manifestando una preoccupazione (legittima) più per i posti di lavoro da conservare che per l’educazione da offrire agli studenti. È evidente, però, che se è vero che tutto questo è un contorno indispensabile, manca il cuore della questione e cioè la qualità di quel che si insegna e la possibilità data a tutti di accedervi senza che alcuni paghino l'handicap della residenza con minori opportunità e un’offerta formativa più bassa e di minor valore, come purtroppo succede oggi anche là dove il simulacro di una scuola resta in piedi nella desertificazione totale.

Qualche esperienza nuova, però, c’è ed è utile segnalarla; magari può servire a chi non vuole arrendersi. In provincia di Parma, per esempio, nel comune appenninico di Bardi si sono inventati la “scuola liquida”. Lo leggo su Wired di ottobre a corredo di un interessantissimo articolo di Giovanni Floris che detta i punti di un Manifesto per la iSchool con cui si propone “un’istruzione a misura di nativi digitali”. In questo piccolo centro, per favorire la partecipazione dei giovani agli istituti superiori di paesi vicini (con problemi di disagio e pendolarismo difficile, soprattutto d’inverno), hanno creato un “istituto liquido”, la cui liquidità è data dal fatto che la sede e l’indirizzo di specializzazione non sono unici. Gli insegnamenti comuni si seguono nella scuola di Bardi per tre giorni la settimana, le materie di indirizzo e i laboratori si apprendono invece nelle scuole specifiche degli altri centri. Il residuo pendolarismo, inoltre, si riduce progressivamente con la diffusione di modalità di insegnamento e-learning e con videoconferenze. Serve a evitare la crisi di un piccolo centro? Non si può dire con certezza. Quello che si può affermare è che serve sicuramente a evitare che un giovane subito dopo la media sia costretto a scegliere tra il trasferirsi nel centro della scuola superiore o abbandonare gli studi e cercare un lavoro che non c’è. E a fare in modo che la qualità di quello che apprende sia la migliore possibile, senza penalizzazioni insopportabili.

Tristano Codignola, un grande politico che dedicò tutta la sua attività pubblica alla scuola (era il proprietario della Nuova Italia, la casa editrice più avanzata in materia scolastica nei novecenteschi anni settanta, con la prestigiosa Scuola e Città) diceva (vado a memoria, le sue parole erano molto più efficaci) che dalla scuola tutti vogliono qualcosa, e spesso dimenticano che l’unica cosa che la scuola debba offrire è l’educazione degli studenti. Questa la missione. Tutto il resto viene dopo ed è in funzione della missione.

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Di Tarcisio Tarquini il 26/09/2009 alle 10:15



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