13/09/2009
Se la finanziaria scoraggia il Rup
Prima di spiegare le ragioni del gesto, ricordiamo chi è un Rup e cosa fa. Il Rup (guardare le iniziali per capire la sigla) è il Responsabile Unico del Procedimento, il tecnico cioè che sovrintende per conto dell’amministrazione appaltante all’esecuzione dell’opera pubblica: firma i contratti, controlla l’avanzamento dei lavori, sorveglia il rispetto delle procedure nelle diverse fasi dell’opera (dalla progettazione all’esecuzione) e la qualità del realizzato, approva il collaudo e la liquidazione di ciò che è dovuto. Insomma, è la figura centrale, senza la quale non si può muovere un passo, e la legge degli appalti stabilisce che debba essere un dirigente dell’ente, provvisto delle competenze tecniche adeguate. La legge definisce anche il compenso, il 2 per cento sull’ammontare dell’intero appalto: per cui se, come nel nostro caso, il valore delle opere che intendiamo realizzare è pari a circa un milione di euro, nelle tasche del Rup vanno a finire ventimila euro, oneri fiscali e contributi previdenziali compresi.
Non è molto – per la complessità dei compiti richiesti e per l’entità anche temporale dell’impegno – ma è meglio di niente, e infatti, sia pur con qualche riluttanza dei prescelti, dirigenti Rup le amministrazioni finora erano riusciti sempre a trovarli.
Riuscivano, appunto, ma da qualche mese non è più così. A decorrere dal primo gennaio 2009, infatti, una norma inserita in finanziaria ha stabilito che il compenso al Rup dipendente pubblico non debba essere più del 2 per cento ma solo dello 0,50 per cento; il restante 1,50 per cento deve essere versato su un apposito conto dello Stato. Dunque, il Rup del nostro Conservatorio (indicatoci dalla Provincia, dal momento che nell’organico di un Conservatorio non ci sono le competenze prescritte), scoperta con noi la novità nel momento in cui eravamo sul punto di sottoscrivere l’accordo, ha rimandato al mittente la nomina e si è dichiarato indisponibile a proseguire la collaborazione.
Nella faccenda ci sono vari aspetti paradossali, che andrebbero per così dire rendicontati. Il primo è che il risparmio sull’onorario del Rup non reca alcun beneficio al piano finanziario dell’opera, ma confluisce in un fondo indistinto la cui origine sembra del tipo “raschiamo il fondo del barile”. Il secondo è che in caso di indisponibilità del dipendente pubblico l’amministrazione può rivolgersi, previo espletamento di una gara pubblica, a un professionista esterno senza essere tenuta al limite del 2 per cento e, soprattutto, senza che l’incaricato debba versare alcunché al fondo statale. È esattamente quello che sta avvenendo, come aveva denunciato tempestivamente l’associazione dei piccoli comuni: il rifiuto degli interni, la ricerca di un esterno e il relativo allungamento dei tempi (anche questo un costo – come dovrebbe ben sapere il nostro governo “del fare”), l’applicazione di tariffe professionali più alte, un aggravio dei conti pubblici a scapito delle opere. C’è una logica in tutto questo? L’unica che si riesce a cogliere è quella di un aperto favore ai professionisti privati, anche questo denunciato dai sindaci degli enti più piccoli che incontrano le maggiori difficoltà nel far quadrare gli striminziti bilanci.
Noi, intanto, cercheremo un altro Rup, magari cercando di risvegliare in qualche dipendente dell’ufficio tecnico di provincia o comune un sussulto di responsabilità pubblica. Ma, un’onesta riflessione sull’efficacia, se non sull’equità, della norma in questione della finanziaria non sarebbe opportuna?
Di Tarcisio Tarquini il 13/09/2009 alle 20:00
