23/07/2009
Flash sulla scuola. Da dove vengono i presidi e cosa sanno fare i giovani
Sui giornali di oggi noto due articoli che riguardano la scuola. Il primo (Salvo Intravaia su Repubblica) riferisce la notizia che a Vicenza è stata votata dal Consiglio Provinciale (di cui si dice sempre, in generale, che non serve a nulla, come l’ente di cui è il massimo consesso – e qualche volta i fatti e gli atti sembrano confermare) una mozione (Pd e Pdl concordi) per chiudere ai presidi delle regioni meridionali l’accesso alla dirigenza delle scuole della provincia veneta.
Il punto però non è questo. La domanda da porre, infatti, è perché, se ci sono stati arbitrio e noncuranza delle regole, non si è votato allora, all'epoca del misfatto e non adesso, un ordine del giorno per denunciare la truffa?
Io penso che nel nostro paese ci sia, per lo più, una così tenue attenzione alle questioni di diritto che su di esse non si è più in grado di indignarsi e mobilitarsi.
Sui fatti, invece, sì, ma in quanto sono fatti sgraditi, non in quanto si avvertano come il frutto avvelenato di un diritto leso, di un colpo di mano, di una furberia.
Io, se il resoconto dei giornali è esatto, non avrei votato l’ordine del giorno, pur riconoscendo che ha dalla sua una motivazione seria. Avrei condannato chi ha provocato l’impiccio e avrei aggiunto subito che scandalizzarsene ora è facile ma assomiglia troppo al prendersela con qualcuno, piuttosto che con qualcosa, per poter essere condiviso.
Ho imparato che l’intolleranza trova sempre una qualche buona ragione, che però non è mai sufficiente a trasformarla in una buona ragione.
Il secondo argomento scolastico lo traggo da un editoriale di Luca Ridolfi sulla Stampa, che denuncia le carenze della nostra scuola e lamenta lo scadimento della formazione che essa assicura. “La realtà – scrive Ridolfi – è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano”.
Non tutto, comunque, ammette Ridolfi, “è una caporetto”, poiché un giovane d’oggi riesce a capire e fare molte cose contemporaneamente, si trova a suo agio nella navigazione sulla rete, scarica e masterizza musica, usa il bancomat e sa prenotare un viaggio online.
Forse, suggerisco di concludere, su questa intelligenza potrebbe puntare la scuola per tornare a insegnare.
Ora è evidente che, per come la raccontano le cronache, una motivazione non “razzista”, anzi persino condivisibile, alla perentoria presa di posizione c’è: il fatto, cioè, che nel concorso da cui si continua ad attingere per le nuove nomine, svolto su base regionale alcuni anni fa, siano stati ammessi nelle regioni del sud molti più idonei di quanti ne prevedesse il regolamento, al quale invece si sarebbero attenute strettamente le altre regioni, con la conseguenza che adesso non si trovano candidati presidi che siano del settentrione.
Il punto però non è questo. La domanda da porre, infatti, è perché, se ci sono stati arbitrio e noncuranza delle regole, non si è votato allora, all'epoca del misfatto e non adesso, un ordine del giorno per denunciare la truffa?
Io penso che nel nostro paese ci sia, per lo più, una così tenue attenzione alle questioni di diritto che su di esse non si è più in grado di indignarsi e mobilitarsi.
Sui fatti, invece, sì, ma in quanto sono fatti sgraditi, non in quanto si avvertano come il frutto avvelenato di un diritto leso, di un colpo di mano, di una furberia.
Io, se il resoconto dei giornali è esatto, non avrei votato l’ordine del giorno, pur riconoscendo che ha dalla sua una motivazione seria. Avrei condannato chi ha provocato l’impiccio e avrei aggiunto subito che scandalizzarsene ora è facile ma assomiglia troppo al prendersela con qualcuno, piuttosto che con qualcosa, per poter essere condiviso.
Ho imparato che l’intolleranza trova sempre una qualche buona ragione, che però non è mai sufficiente a trasformarla in una buona ragione.
Il secondo argomento scolastico lo traggo da un editoriale di Luca Ridolfi sulla Stampa, che denuncia le carenze della nostra scuola e lamenta lo scadimento della formazione che essa assicura. “La realtà – scrive Ridolfi – è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano”.
Non tutto, comunque, ammette Ridolfi, “è una caporetto”, poiché un giovane d’oggi riesce a capire e fare molte cose contemporaneamente, si trova a suo agio nella navigazione sulla rete, scarica e masterizza musica, usa il bancomat e sa prenotare un viaggio online.
Forse, suggerisco di concludere, su questa intelligenza potrebbe puntare la scuola per tornare a insegnare.
Di Tarcisio Tarquini il 23/07/2009 alle 19:06
