17/07/2009
Evento a Chianciano. Tremonti davanti alla platea Cgil
L’evento della Conferenza programmatica della Cgil, che si è chiusa oggi pomeriggio a Cianciano, è stato il confronto tra Epifani e Tremonti.
Lo hanno sottolineato molti giornali, notando il clima civile in cui si è svolto il dibattito, al termine del quale le divergenze sono rimaste tali, nessuno dei contendenti ha attenuato le proprie posizioni, ma almeno le ha potute esprimere con chiarezza e sufficienti argomentazioni.
Dopo le quasi due ore di confronto, però, qualcuno dei presenti lamentava l’eccesso di diplomazia non certo, come abbiamo detto, dei contenuti e dei toni di Epifani, su cui tutti concordavano, quanto piuttosto dell’atteggiamento della platea, caratterizzato da una compostezza, increspata solo qua e là da qualche brusio. Insomma, c’era chi avrebbe gradito (ritenendola più consona alla situazione) un’accoglienza più aggressiva.
Eppure, io ritengo che dal punto di vista della comunicazione (e rimanendo solo a questo, non avendo competenza e titolo per dire altro sul resto) il confronto è stato un successo della Cgil, anche grazie al comportamento della platea.
Qual era l’obiettivo della Cgil, infatti? Non certo quello di dichiarare ostilità e chiusura nei confronti delle politiche del ministro. Non sarebbe stato necessario invitarlo a Chianciano per questo, né sarebbe stato necessario confermarlo una volta di più ai sindacalisti presenti e al paese. Sarebbe stato anche il copione più scontato e perciò meno dirompente.
L’obiettivo era al contrario costringere il ministro a misurarsi, senza nascondersi dietro la polemica, sul terreno delle richieste della Cgil, e nello stesso tempo comunicare all’opinione pubblica del paese che c’è una scelta politica che porta il governo a respingerle, non la loro presunta inefficacia. Il che avrebbe comportato riconoscere che la Cgil è mossa dal peso delle sue convinzioni e non da strumentalizzazioni preconcette, come la vulgata governativa recita da sempre.
È esattamente quello che Tremonti ha ammesso, quando – sia pure con l’evidente volontà di catturare benevolenza dalla platea - egli ha ricordato che oggi la vera distinzione passa tra chi sta dalla parte della politica, magari differenziandosi poi nelle scelte e nelle azioni, e chi vorrebbe che tutto fosse affidato alle tecnocrazie, alle banche, al mercato. “Io e la Cgil - ha concluso il ministro dell’economia - in questo senso stiamo dalla stessa parte, quella della politica”.
E l’argomentazione è stata rafforzata, più avanti, da un’altra confessione. Quella che per lo sviluppo del meridione il ministro vorrebbe una nuova Cassa per il Mezzogiorno, strumento nazionale, politico e centralistico per eccellenza, almeno stando alla storia. Bisogna ammettere che l’affermazione, in bocca a colui che viene considerato l’alleato più in sintonia con Bossi e la Lega, ha un certo rilievo ed è una novità non da poco.
Qui la platea ha rumoreggiato, forse per la sorpresa.
Lo hanno sottolineato molti giornali, notando il clima civile in cui si è svolto il dibattito, al termine del quale le divergenze sono rimaste tali, nessuno dei contendenti ha attenuato le proprie posizioni, ma almeno le ha potute esprimere con chiarezza e sufficienti argomentazioni.
Con un po’ di sarcasmo, Carla Cantone, la segretaria dello Spi-Cgil, ha commentato che si è trattato di un bel passo in avanti, visto che il governo e Tremonti, nelle sedi ufficiali, sono soliti ascoltare le ragioni del sindacato (o almeno quelle della Cgil) per non più di cinque minuti.
Dopo le quasi due ore di confronto, però, qualcuno dei presenti lamentava l’eccesso di diplomazia non certo, come abbiamo detto, dei contenuti e dei toni di Epifani, su cui tutti concordavano, quanto piuttosto dell’atteggiamento della platea, caratterizzato da una compostezza, increspata solo qua e là da qualche brusio. Insomma, c’era chi avrebbe gradito (ritenendola più consona alla situazione) un’accoglienza più aggressiva.
Eppure, io ritengo che dal punto di vista della comunicazione (e rimanendo solo a questo, non avendo competenza e titolo per dire altro sul resto) il confronto è stato un successo della Cgil, anche grazie al comportamento della platea.
Qual era l’obiettivo della Cgil, infatti? Non certo quello di dichiarare ostilità e chiusura nei confronti delle politiche del ministro. Non sarebbe stato necessario invitarlo a Chianciano per questo, né sarebbe stato necessario confermarlo una volta di più ai sindacalisti presenti e al paese. Sarebbe stato anche il copione più scontato e perciò meno dirompente.
L’obiettivo era al contrario costringere il ministro a misurarsi, senza nascondersi dietro la polemica, sul terreno delle richieste della Cgil, e nello stesso tempo comunicare all’opinione pubblica del paese che c’è una scelta politica che porta il governo a respingerle, non la loro presunta inefficacia. Il che avrebbe comportato riconoscere che la Cgil è mossa dal peso delle sue convinzioni e non da strumentalizzazioni preconcette, come la vulgata governativa recita da sempre.
È esattamente quello che Tremonti ha ammesso, quando – sia pure con l’evidente volontà di catturare benevolenza dalla platea - egli ha ricordato che oggi la vera distinzione passa tra chi sta dalla parte della politica, magari differenziandosi poi nelle scelte e nelle azioni, e chi vorrebbe che tutto fosse affidato alle tecnocrazie, alle banche, al mercato. “Io e la Cgil - ha concluso il ministro dell’economia - in questo senso stiamo dalla stessa parte, quella della politica”.
E l’argomentazione è stata rafforzata, più avanti, da un’altra confessione. Quella che per lo sviluppo del meridione il ministro vorrebbe una nuova Cassa per il Mezzogiorno, strumento nazionale, politico e centralistico per eccellenza, almeno stando alla storia. Bisogna ammettere che l’affermazione, in bocca a colui che viene considerato l’alleato più in sintonia con Bossi e la Lega, ha un certo rilievo ed è una novità non da poco.
Qui la platea ha rumoreggiato, forse per la sorpresa.
Di Tarcisio Tarquini il 17/07/2009 alle 23:11
