07/12/2009

I treni della felicità

Se facessi parte della schiera dei lettori testimonial (schiera di cui con mio grande disappunto non faccio parte) e fossi perciò consultato sui libri che vale la pena di leggere per fine d’anno (gioco che riempie già le pagine dei giornali) consiglierei senza esitazione non un libro solo ma un’intera collana dell’Ediesse: carta bianca, diretta da Angelo Ferracuti - che, ad appena un anno dall’esordio (con Lucio Iaccarino, Napoli bene; Mauro Francesco Minervino, La Calabria brucia), conta ormai al suo attivo otto titoli e un profilo ben delineato nel panorama dei libri italiani che affrontano l’attualità con un passo un po’ più lungo del resoconto cronachistico.
 

So bene, che questo mio consiglio può essere giudicato molto interessato, visto che la collana è diretta da uno scrittore che stimo e di cui sono amico e, soprattutto, esce per i tipi di una casa editrice di cui sono stato amministratore delegato e continuo a essere partecipe come socio. Ma – replico all’osservazione con una domanda – “gli altri che consigliano i libri dell’anno sono forse più disinteressati di me?”: basta farci un po' di attenzione e si scopre quasi sempre, dietro i loro consigli, l’arabesco delle alleanze editoriali o, più semplicemente, il dovuto sdebitarsi dei tanti libri mandati in grazioso omaggio senza il riscontro di una propiziatrice recensione.

Messa a posto la coscienza professionale, passo a dire che carta bianca è una collana di reportage narrativi, non semplici reportage, dunque, né sola finzione che prende le mosse da stimoli della realtà. Qualche giorno fa ho presentato a Frosinone uno di questi volumi: quello di Giovanni Rinaldi sulla vicenda dei bambini di alcune delle zone più povere del paese che nell’immediato dopoguerra vennero ospitati dalle famiglie della parte più benestante su iniziativa e grazie all’organizzazione del Partito Comunista Italiano, dell’Unione Donne italiane (UDI), delle Camere del lavoro. “I treni della felicità” si intitola il libro, perché con i treni si mossero migliaia di questi ragazzini e ragazzine per arrivare nei paesi delle famiglie ospiti, seguiti dai tremori e dalle incertezze dei genitori veri suscitati dalle maliziose domande spontanee, o messe in giro ad arte, “ma non li porteranno mica in Russia?”, “e se poi è vero che i comunisti mangiano i bambini?”. Diffidenze e paure solo qualche volta fugate dai gesti esemplari di qualche prete, come quello di Ceccano (nel frusinate, città operaia e di sinistra ancora oggi) che si presentò alla stazione di partenza e accompagnò con la sua benedizione - di sacerdote ma anche di uomo generoso che in quel viaggio sapeva vedere un’opportunità per portare lontano dalla miseria tante creature di dio - la carovana che si metteva in moto.
Nella presentazione ho cercato di ragionare su cosa abbiano in più questi reportage narrativi da un semplice reportage e in cosa si distinguano da un racconto o da un romanzo che pure abbiano a tema la realtà – quella possibile se non proprio quella certificata dal fatto accaduto.

Basta leggere appunto “I treni della felicità” per darsi una risposta. Giovanni Rinaldi racconta con informazione accurata quelle vicende lontane mezzo secolo, cerca i protagonisti – chi erano, perché lo fecero, dove stanno adesso, cosa hanno fatto in questi decenni passati, che traccia ha lasciato in loro (beneficiati e benefattori) quel gesto -, ricostruisce dalle loro parole il contesto in cui tutto ciò avvenne, e si capisce che c’è avvedutezza storica nella ricostruzione e che ogni parola ricevuta ha sopportato il vaglio della verifica, se non altro per misurare la distanza sempre possibile, e spesso non trascurabile, tra ricordo, racconto e accaduto realmente. In questo lavoro di cernita, montaggio e sistemazione tra biografia e storia, viene fuori quel qualcosa in più che è ciò che trasforma un reportage in reportage narrativo; non il resoconto di un fatto, la cronaca puntuale di una vicenda, la ricostruzione precisa di un contesto, ma la sollecitazione di un senso, l’enunciazione di un destino che oltrepassa il confine di quella particolare trancia di vita per dettare chiarezza al destino di ciascuno di noi e di tutti noi.

Quei treni della felicità erano il simbolo dell’Italia che, dopo la guerra, cominciava a muoversi, a riconoscersi come paese tutto intero. Certo, dietro c’era un partito, c’era una grande organizzazione sociale, c’era una volontà pedagogica e l’ambizione di dimostrarsi i migliori: e allora? I treni di Rinaldi anche oggi e domani parleranno di un destino che non ha il volto indurito dall’indifferenza o dall’intolleranza. E continueranno a insegnare che non perde mai chi scommette sulla forza della grande rete delle persone.

Altri titoli di Carta Bianca (oltre ai citati nel post).
Anselmo Botte, Mannaggia la miserìa; AA.VV. Consiglio di classe (a cura di Stefano Iucci e Angelo Ferracuti); Angelo Ferracuti e Daniele Maurizi, Il Mondo in una regione; Vincenzo Moretti e Luca Moretti, Enakapata; Andrea Carraro, Da Roma a Roma.
Prezzo di copertina, 10 euro. Vedi ediesseonline.it

TAG
carta bianca ediesse giovanni rinaldi angelo ferracuti pci udi

PERMALINK
http://rendiamociconto.blog.rassegna.it/2009/07/12/300-i-treni-della-felicita/

Di Tarcisio Tarquini il 07/12/2009 alle 15:17



Leggi i commenti

1
Grazie Tarcisio, un abbraccio Angelo

Scrivi un commento


/1000







Il commento sara' pubblicato dopo la moderazione.

  • dai blog