07/10/2009
La Cgil, da 'Lavoro' alla Rete
Qui sopra (embeddato dall'home page del nostro sito) c’è il video sul settimanale Lavoro preparato da Carlo Ruggiero.
È stato presentato lunedì scorso a Milano, come apertura della tavola rotonda su “cultura e informazione dalla parte di chi lavora” che, prendendo spunto dall’originale esperienza del rotocalco diretto da Gianni Toti con la stretta collaborazione di quel “genio della fotografia” che è stato ed è Ando Gilardi (la definizione l’ha data Alberto Abruzzese, che è intervenuto all’incontro), ha proposto agli intervenuti (tra cui il sottoscritto) l’interrogativo su cosa si possa fare oggi, di pari livello qualitativo, per dare voce al lavoro, una voce attualmente sommersa nella confusione - spesso nella futilità e nell’ansia spettacolaristica - dell’informazione italiana.
Nella tavola rotonda milanese ci si è interrogati sulle ragioni della chiusura di Lavoro nel 1962. Risposta difficile, soprattutto a distanza di tempo. Gianni Toti, diceva che il suo rotocalco era stato sconfitto dall’esplosione della televisione. Alberto Abruzzese ha suggerito che si sia trattato di una questione di mancanza di soldi, come tante altre volte nell’editoria della sinistra. Se si tiene presente, però, che la chiusura di Lavoro nel 1962 arriva quattro anni dopo le dimissioni di Gianni Toti da direttore e che, dunque, è nel 1958 che si deve porre la vera fine dell’esperienza del giornale la risposta, o perlomeno una delle risposte, sembra lì a portata di mano, nella cronologia. Nel novembre del 1957 muore Di Vittorio, che il progetto nazionalpopolare di Lavoro aveva sposato e sostenuto, e sei mesi dopo si prende atto che ambizioni e prospettive del giornale sono radicalmente cambiate. È la tesi, che io condivido, sostenuta da Rossella Rega nel saggio che introduce il volume anastatico.
I soldi, certo, sono mancati. Ma per come ci insegna la storia, i soldi pesano di più quando il progetto non convince, non ci si crede o non ci si crede più.
Ma torno alla questione se oggi, e in che modo, si possa attuare un progetto di un sistema di media “pro labour” che riescano a superare il sostanziale sbarramento (finanziario, di mercato, di capacità gestionali, ecc.) che l’informazione sul lavoro incontra e non riesce a rimuovere. Si è parlato delle opportunità offerte dal web. Io ritengo che la rete sia amica del sindacato, di un soggetto sociale, cioè, che è già una rete anche se qualche volta non lo sa. Nella tavola rotonda milanese, insieme con me e Abruzzese, c’erano Gianni Pelucchi della WebTv della Cgil lombarda, Stefano Landini, segretario organizzativo regionale della Cgil, Gianni Cervetti, leader dei riformisti del Pci milanese un paio di decenni fa e “diffusore” di Lavoro, come di altre riviste della sinistra, per dire persone di diversa esperienza. Con idee perciò anche assai articolate sul punto. Ma un’affermazione importante l’ha fatta in conclusione proprio Abruzzese, che si è augurato che la scelta del web permetta alla Cgil, e alla sinistra, di azzerare gli stereotipi culturali che l’hanno a suo dire zavorrata fino a oggi. A pensarci, un orizzonte vasto. E una riflessione da non lasciar cadere.
Di Tarcisio Tarquini il 07/10/2009 alle 18:20
