27/06/2009
Tra parole e fatti, con appendice su Livio Berruti
Accountability e rendiconto: Giuseppe D’Avanzo su Repubblica del 26 giugno ricorda il significato di questi termini e la loro centralità tra i doveri di un uomo che ricopre incarichi pubblici. Parla del premier e del suo rifiutarsi alle domande sui casi che l’impigliano, ma il ragionamento riguarda tutti; tutti senza eccezione, appunto.
In genere, questi termini, però, si utilizzano per rappresentare il rapporto che c’è tra un’organizzazione e i suoi stakeholder, tra l’istituzione e i cittadini. Sembrerebbe a taluni, e non si capisce perché, non debba comprendere anche il rapporto tra un cittadino investito di una responsabilità pubblica e gli altri cittadini che direttamente o indirettamente tale responsabilità gli hanno affidato.
Nella carica che si ricopre c’è una missione di cui rendere conto, e tutto ciò che offre ai cittadini le informazioni e le conoscenze per trarre un giudizio consapevole sull’operato e sulla sua coerenza rispetto alla missione è materia da presentare disponibile al rendiconto.
Vale la distinzione tra pubblico e privato, dietro cui ci si rifugia? Nel caso che riempie le cronache di questi giorni la distinzione che si profila pare essere piuttosto quella tra parole e comportamenti, non quella che fissa i limiti della privacy e segna i confini oltre cui debbono spegnersi i riflettori della pubblica osservazione. Con le parole rese irresponsabili riguardo ai fatti, come nell’invito – che nasce dai cinismi deboli di fede – di seguire ciò che il prete dice, non quello che fa.
Livio Berruti corse la semifinale dell’Olimpiade romana in cui stabilì il record del mondo con scarpette adidas e calzini bianchi. In finale calzò, invece, più grossolane scarpette da ginnastica perché erano bianche anch’esse e rendevano più elegante l’abbigliamento. Perse, senza volerlo, un premio di alcune centinaia di mila lire che la nota casa sportiva gli avrebbe dato per il prestigio che la vittoria avrebbe riversato sulla sua immagine. Ma vinse la corsa al suo modo, senza tradire l’eleganza.
L'episodio si conosceva; io l’ho appreso solo ieri, 26 giugno. Livio Berruti è stato ospite del Conservatorio di Frosinone per parlare di velocità, in una tavola rotonda dedicata al futurismo.
In genere, questi termini, però, si utilizzano per rappresentare il rapporto che c’è tra un’organizzazione e i suoi stakeholder, tra l’istituzione e i cittadini. Sembrerebbe a taluni, e non si capisce perché, non debba comprendere anche il rapporto tra un cittadino investito di una responsabilità pubblica e gli altri cittadini che direttamente o indirettamente tale responsabilità gli hanno affidato.
Nella carica che si ricopre c’è una missione di cui rendere conto, e tutto ciò che offre ai cittadini le informazioni e le conoscenze per trarre un giudizio consapevole sull’operato e sulla sua coerenza rispetto alla missione è materia da presentare disponibile al rendiconto.
Vale la distinzione tra pubblico e privato, dietro cui ci si rifugia? Nel caso che riempie le cronache di questi giorni la distinzione che si profila pare essere piuttosto quella tra parole e comportamenti, non quella che fissa i limiti della privacy e segna i confini oltre cui debbono spegnersi i riflettori della pubblica osservazione. Con le parole rese irresponsabili riguardo ai fatti, come nell’invito – che nasce dai cinismi deboli di fede – di seguire ciò che il prete dice, non quello che fa.
Livio Berruti corse la semifinale dell’Olimpiade romana in cui stabilì il record del mondo con scarpette adidas e calzini bianchi. In finale calzò, invece, più grossolane scarpette da ginnastica perché erano bianche anch’esse e rendevano più elegante l’abbigliamento. Perse, senza volerlo, un premio di alcune centinaia di mila lire che la nota casa sportiva gli avrebbe dato per il prestigio che la vittoria avrebbe riversato sulla sua immagine. Ma vinse la corsa al suo modo, senza tradire l’eleganza.
L'episodio si conosceva; io l’ho appreso solo ieri, 26 giugno. Livio Berruti è stato ospite del Conservatorio di Frosinone per parlare di velocità, in una tavola rotonda dedicata al futurismo.
Di Tarcisio Tarquini il 27/06/2009 alle 01:06
