22/06/2009
Gratuità e partecipazione sul web
Internet, la fine del tutto gratis. È il titolo d’apertura dell’inserto economia del Corriere della Sera di oggi. Si racconta della tentazione degli editori di grandi giornali, a cominciare da Murdoch, di far pagare le notizie sul web. Finito il giornale di carta, è necessario vendere il giornale on line, questa la tesi, che non è nuova ma che in questi giorni – ed è la notizia da cui parte il Corriere – viene rilanciata da un’indagine del Boston Consulting che dimostra come la metà dei navigatori sia disposto a pagare per essere aggiornato, anche se a prezzi modici, cinque euro al mese. Il servizio è supportato da un’intervista a Francesco Caio, in cui il manager dichiara che se si continua con la gratuità completa l’intero “sistema” finirà in miseria.
Sullo stesso inserto, un altro articolo ci informa che il web 2.0, e cioè il web partecipativo, mostra segni di involuzione. Non solo i social network (particolarmente Twitter, il più sofisticato) manifestano forti sintomi di affaticamento (il 90% dei contenuti è prodotto dal solo 10% degli utenti), ma i blog, questi diari in rete che passano come il segno della voglia di confessarsi in pubblico, partecipare, porre se stessi al centro del racconto del web, spesso avvizziscono per mancanza di aggiornamenti, e appena 5 su 100 (7,4 milioni su 133 milioni di blog censiti) “hanno pubblicato qualcosa negli ultimi mesi” e solo lo 0.7% (900 mila) è stato aggiornato nelle ultime ventiquattro ore.
Insomma, sembrerebbe che stiano per crollare i capisaldi su cui si è finora fondato ed evoluto internet, la gratuità dei contenuti e la partecipazione degli utenti; due elementi tanto forti da avere influenzato le tavole dello stesso giornalismo dei nostri giorni.
Per quanto ne so, non sono affatto convinto dell’evoluzione verso la non gratuità, per la semplice ragione – ricordata nel servizio del Corriere Economia come la legge di Anderson (direttore di Wired) – che “la diffusione delle tecnologie digitali spinge il prezzo dei contenuti informativi verso lo zero”. E per l’altra, ancor più semplice e casereccia, che è difficile far pagare ciò che si è finora dato gratis. Meglio, allora, concentrarsi su altri modelli di business, magari studiando più approfonditamente il meccanismo ( e i format) della pubblicità, da attirare con la crescita dei visitatori e l’aumento del tempo di permanenza su una pagina.
Sulla questione dei blog, invece, non c’è che da prendere atto delle ricerche. E tentare di fare la propria parte, aggiornando puntualmente il proprio, chi ce l’ha. I post sono come messaggi infilati dentro una bottiglia e buttati nella corrente. Qualcuno prima o poi li leggerà e risponderà.
Di Tarcisio Tarquini il 22/06/2009 alle 23:37
