20/06/2009

Patria e Italiani, partendo dal diario di Deaglio

Continuo a leggere – ché non è cosa che possa esaurirsi in qualche ora, né sarebbe consigliabile – l’avvincente racconto di Enrico Deaglio sull’ultimo trentennio della nostra storia, tutta con l’occhio puntato sulla penisola ma anche con la coscienza che dentro questa lunga vicenda le trame sono più ampie e connettono più mondi (Patria. 1978-2008, Il Saggiatore, aprile 2009).

 

 

Si può leggere come un rendiconto; la biografia di una nazione, meno pura, onesta, ingenua di quanto si vorrebbe credere. Ma il libro può essere anche lo strumento del nostro rendiconto, l’occasione di una ricapitolazione dei nostri anni. Ricordiamo i nostri pensieri, le supposizioni, le ricostruzioni dei fatti della grande cronaca, o storia, di cui leggiamo e che ci tornano alla memoria, dandoci dimostrazione che non c’è stata spericolata dietrologia nelle nostre discussioni di allora che non risulti oggi smentita da verità più cocenti, ardite, inaudite: quelle che il senno di poi, rimontato nella narrazione di Deaglio (che non a caso confessa di aver voluto girare un film di carta) ci sbatte sotto gli occhi per umiliarci dell’incredulità cinica di ieri.

 

Ma c’è anche un altro modo, più personale, di seguire il racconto di Patria. Ricordare le cose che si sono fatte, in quegli anni, magari come parte sia pure minima degli avvenimenti importanti che nel diario di Deaglio (scritto come se fosse allora, ma conoscendo il dopo) trovano la giusta evidenza – non sempre quella che si volle e seppe dare sul momento.

 

Nel 1991, nelle settimane dell’invasione disperata e pacifica degli albanesi, per esempio, ero vicesindaco di Alatri; la nostra giunta sostenuta dalla sinistra e da mezza democrazia cristiana aveva da poco dichiarato il dissesto per i tanti debiti ereditati da amministrazioni imprudenti, o incoscienti, o truffaldine. Il prefetto dell’epoca ci informò che il piano d’emergenza del governo aveva previsto che noi ospitassimo alcune decine di questi profughi, facendo in modo che, dopo un periodo in cui le spese dell’ospitalità sarebbero state a carico del ministero dell’interno, con il tempo ci pensassero da soli o ci pensassimo noi. Si discusse animatamente, molti spingevano per rimandare al mittente la richiesta, con tante innegabili, buone ragioni (la povertà del bilancio, il lavoro incerto per tutti, le altre priorità, gli argomenti di sempre). Alla fine prevalse chi come me pensava che alla solidarietà, e all’intelligente piano di disseminazione voluto dal ministro preposto all’ufficio Margherita Boniver (chissà se ricorda, chissà che farebbe oggi) non ci si potesse sottrarre. Non fosse giusto sottrarsi ( e in realtà – capimmo dopo - non sarebbe stato nemmeno possibile). Grande alleato fu un amico che da poco non c’è più, Gianni Astrei un pediatra che era dirigente del movimento per la vita e alla vita era davvero e senza retorica aperto.

 

Piccole biografie, nel grande racconto della nazione. Italiani si potrebbe intitolare, oppure Patrie, per dire i tanti luoghi d’Italia e dell’anima che meriterebbero un film di carta. A chiarire senso e destino di un intero paese.

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Inviato da Tarcisio Tarquini il 20/06/2009 alle 23:00



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