15/06/2009

Tempo di rendiconto per la sinistra. E post scriptum per Scajola

Per aiutarci a capire di più sulla crisi della socialdemocrazia europea (ma anche della sinistra sinistra, che perciò non mi pare possa far la lezione a nessuno) forse può venirci in soccorso un po’ di scienza praticata della rendicontazione.

 

 

Innanzi tutto, può facilitare la riflessione su un tema chiave: quale è la missione della socialdemocrazia oggi? Tutti gli esperti di rendicontazione sociale sanno, infatti, che la missione risponde al perché una determinata organizzazione esiste ed è diversa da ogni altra. Uno dei caratteri della missione deve essere, perciò, la stabilità (non si può cambiare missione a ogni increspatura del contesto di riferimento), ma anche la possibilità di una modifica profonda quando le condizioni esterne siano mutate a tal punto da imporre una ridefinizione della propria identità. Questa trasformazione avviene nei momenti di crisi, serve fare i conti con ciò che si è stati e, soprattutto, a tracciare le linee di ciò che si vorrà e potrà essere nel futuro.

 

Possiamo dire, allora, che la socialdemocrazia si trova di fronte a questo passaggio? Sembra proprio di sì; l’ampiezza del risultato elettorale negativo è tale da non consentire illusioni. Bisogna mettere mano alla missione, e non è un caso che, pur nella tempesta elettorale, l’unico partito socialista che abbia fatto qualche passo indietro, ma dimostri ancora una vitalità che la gravità della crisi economica e culturale dell’ultimo biennio non ha soverchiato, è il partito di Zapatero che alla ridefinizione della missione aveva posto mano più tempestivamente e profondamente degli altri partiti del socialismo europeo.

 

Come ci si interroga sulla missione? Intanto provvedendo a isolare, in quella già tracciata, ciò che resta essenziale e attuale. Parlando di socialismo, non si può che ritornare a quello che aveva già scritto con esemplare chiarezza Norberto Bobbio, secondo cui la sinistra si caratterizza per credere, e battersi conseguentemente, per una società dove sia realizzato il maggior grado di eguaglianza, mentre la destra ritiene che questo non sia necessario e, anzi, è convinta che sia utile la persistenza di una certa dose di ingiustizia sociale, rappresentata e prodotta dall’iniquità del mercato, perchè ciò è utile allo sviluppo.

 

Riproposto questo tratto di fondo, si tratta di chiedersi quale sia il contesto storico in cui esso vada a collocarsi, di quali contenuti si debba riempire, su quali soggetti sociali si debba porre l’enfasi individuandoli come principali stakeholder del proprio operato.

Quando si scrive la missione di un ente locale, per fare un esempio, si comincia con il riaffermare che il comune, o la provincia che sia, ha come missione di migliorare il benessere della comunità che esso esprime a livello istituzionale; subito dopo, però, per non restare nel generico, occorre precisare quale sia il benessere di cui ha bisogno quella comunità e quali siano gli interlocutori principali in favore dei quali si deve operare per conseguire significativamente questa finalità, avendo cura di non dimenticare mai che i soggetti da tutelare e promuovere siano in una certa misura specchio di interessi più generali, perché a stringere troppo l’area degli stakeholder si compromette anche la missione.   

 

In fondo, seguendo la strada della rendicontazione sociale, si arriva a quello che Hobsbawm dice e che io leggo nel blog “sull’asfalto”: i socialdemocratici avranno bisogno di una nuova visione e una nuova base sociale”.  

Magari, perciò, non è una grande novità e nemmeno una ricerca troppo originale. Ma già acquisire consapevolezza che è arrivato il momento di rendere conto e incominciare a farlo con ordine, senza inseguire l’ultima moda (che può rientraci con la propria missione, ma anche no) e l’ultima polemica, può contribuire a ripartire con il piede giusto.

 

Passiamo ad altro. Il ministro Scajola dichiara che “intende chiedere conto all’industria petrolifera dell’andamento dei prezzi della benzina alla pompa”. Lo scrive Gabriele Dossena, in un informato e utile articolo sul Corriera della Sera (venerdì 12 giugno), che costituisce esso stesso un bel contributo al rendere conto.

 

Il giornalista ci spiega la ragione per cui  “quando si verificano aumenti o diminuzioni delle quotazioni del petrolio, si intendono variazioni che incidono solo su circa il 30% del prezzo finale al consumo”. E aggiunge che i margini di guadagno o di speculazione vanno cercati “nelle quotazioni Platts (un’agenzia indipendente basata a Londra) relative al greggio raffinato”. “Secondo gli analisti – conclude quindi Dossena – i rincari dei prezzi dei carburanti hanno un indiziato particolare: le raffinerie, che starebbero cercando di recuperare le perdite subite lo scorso anno, quando sono state costrette a comperare petrolio al massimo delle quotazioni, per poi rivendere i raffinati in un mercato depresso”. Scajola sa a chi rivolgersi, si affretti dunque a chiedere conto.

       

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Di Tarcisio Tarquini il 15/06/2009 alle 20:26



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