28/05/2009

La fiducia e un vecchio libro

In giorni in cui le ragioni del pessimismo civile sembrano destinate a sopraffare ogni volontà di impegno in chi aspiri a mandare un po’ meglio le cose del nostro paese, mi sono domandato che senso abbia e a chi possa rivolgersi un blog come questo di cui adesso state leggendo le prime righe.

 
Si tratterà, infatti, di uno spazio in cui parlerò di accountability, di trasparenza, di bilanci sociali; insomma di rendicontazione sociale, di una disciplina, cioè, che si fonda su un atto di fiducia reciproco tra cittadino e istituzioni (ma anche qualsiasi altra organizzazione sociale): l’istituzione (o l’organizzazione) rende conto del proprio operato e il cittadino, grazie a questo atto, ricava gli elementi di conoscenza necessari per esprimere un giudizio consapevole.

Eppure vi assicuro che c’è una urgenza, che spero di poter condividere con molti di voi, a spingermi ad aprire questo diario pubblico. La crisi della fiducia è la crisi che unifica tutte le crisi che attraversano la nostra società. Tutte le ricerche nazionali e europee rivelano che non c’è grande istituzione, non c’è soggetto sociale, non c’è organizzazione politica, non c’è agenzia educativa che non soffra di questa condizione. E là dove i sondaggi registrano, invece, livelli di fiducia crescenti (vi viene in mente qualcosa in proposito?) sembra piuttosto di trovarsi davanti a professioni di fideismo piuttosto che a valutazioni condotte sotto il lume dell’argomentazione razionale.

La fiducia, come sappiamo ormai da anni, è la forza di una società. I sociologi dicono anche che non ci può essere fiducia a corrente alternata, se manca verso le istituzioni vuol dire che manca anche nei rapporti tra cittadini stessi; il deficit di fiducia è un virus che indebolisce le comunità, ne restringe l’orizzonte, ne compromette qualsiasi pensiero di futuro.

Nelle settimane passate è stato ripubblicato il vecchio classico di Banfield, "Le basi morali di una società arcaica”, il saggio che cinquanta anni fa coniò una definizione – quella di familismo amorale - che sembrò spiegare, da allora in poi, tutti i ritardi e i vizi del nostro mezzogiorno. È stata ripescata e rispiegata anche in tempi assai recenti, forse con minore pregnanza sociologica di ieri. Ricondotta alla radice, potremmo dire che questa nozione potrebbe dirsi anche in un altro modo: la cultura della fiducia ristretta, che si ferma cioè dentro le pareti di casa e paralizza ogni investimento su una reciprocità più ampia. Non entro nella disputa che Banfield ha aperto e che sembra destinata a non sopirsi mai.

La nuova edizione di questo libro mi ha portato però a riflettere sul peso che queste cristallizzazioni possono avere ai giorni nostri, quando si è appena messo in marcia il processo di trasformazione federalista della nostra Repubblica, con quel suo ancora poco comprensibile meccanismo di solidarietà fiscale tra aree di diversa ricchezza e base imponibile.

Non ci sarà, allora, bisogno di fiducia perché la nuova architettura non crei divisioni, rancori, recriminazioni, rivolte? Tornando a noi, non ci sarà bisogno di trasparenza, accountability, rendicontazioni? Non sarà indispensabile che tutti accettino di dare conto del loro operato? E con quali strumenti? Teniamoci le domande per le prossime puntate.

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rendicontazione sociale banfield fiducia

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Di Tarcisio Tarquini il 28/05/2009 alle 19:08



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