03/07/2009
Videocon, le peripezie della missione di un'azienda
È proprio di questi giorni la notizia (riportata dalla stampa locale, ma in verità la vicenda meriterebbe un rilievo ben più ampio) che l’ultima proposta per salvare la Videocon, la fabbrica di Anagni in provincia di Frosinone proprietà di un gruppo industriale indiano, ha subito uno stop, si spera solo temporaneo.
È stata una doccia fredda per i mille e più operai ( e per il sindacato che instancabilmente li ha sostenuti) che ormai confidavano in una svolta positiva e definitiva che ponesse fine alle incertezze degli ultimi anni.
Ma perché parlo di questa storia in questo blog? Non solo per solidarietà (anche territoriale, abitando a pochi chilometri di distanza), ma per una ragione più semplice, che riguarda proprio gli argomenti che sono oggetto dei post di "Rendiamoci conto", dal momento che le vicissitudini attraversate da questa azienda, che un tempo fu con la Fiat il gioiello più prezioso dell’industrializzazione del Lazio meridionale, si possono anche leggere come un esempio eclatante di quello che avviene quando un’organizzazione (un’impresa, in questo caso) si trova senza missione (prima ancora che di contenuti produttivi) e cerca di rincorrerne una nuova, senza riuscire ad acchiapparla.
Un esempio, soprattutto, di quello che avviene in chi ci lavora, quando si ritrova a un certo punto della sua vita professionale, non individualmente ma come comunità di fabbrica, privo di un’identità, sollecitato a profilarne una nuova e poi un’altra, senza però che in tale trasformazione ci sia un filo logico che dia senso e coerenza a tutto.
L’azienda di Anagni, quando era Videocolor ed apparteneva ai francesi della Thomson, produceva tubi catodici per televisori e aveva il laboratorio di ricerca per tutta la multinazionale; poi è stata comprata dai Dooth, una nota e potente famiglia indiana, è diventata Videocon, ha cominciato ad assemblare apparecchi tv, ha annunciato di investire sul plasma, ma in realtà si è riconvertita in magazzino.
Dopo è arrivata la proposta di produrre grandi schermi per messaggi pubblicitari e informazioni; subito appresso si è proposto chi avrebbe costruito pannelli fotovoltaici; alla fine, si è fatto vivo il gruppo di pellettieri marchigiani.
Dalla missione di rendere tutti i punti del mondo più vicini, con l’alta qualità della tecnologia delle immagini, a quella – forse - di renderli più agevolmente raggiungibili, con borse e calzature di qualità.
Il consorzio di imprenditori della pelletteria e delle calzature che si era fatto avanti nelle settimane passate per acquistare lo stabilimento e riconvertirlo dall’attività di assemblaggio dei televisori alla produzione di oggetti in pelle, si è preso ancora un po’ di tempo per approfondire il progetto e risolvere – così è stato detto – qualche problema legale e burocratico del contratto da stipulare con i vecchi proprietari.
È stata una doccia fredda per i mille e più operai ( e per il sindacato che instancabilmente li ha sostenuti) che ormai confidavano in una svolta positiva e definitiva che ponesse fine alle incertezze degli ultimi anni.
Ma perché parlo di questa storia in questo blog? Non solo per solidarietà (anche territoriale, abitando a pochi chilometri di distanza), ma per una ragione più semplice, che riguarda proprio gli argomenti che sono oggetto dei post di "Rendiamoci conto", dal momento che le vicissitudini attraversate da questa azienda, che un tempo fu con la Fiat il gioiello più prezioso dell’industrializzazione del Lazio meridionale, si possono anche leggere come un esempio eclatante di quello che avviene quando un’organizzazione (un’impresa, in questo caso) si trova senza missione (prima ancora che di contenuti produttivi) e cerca di rincorrerne una nuova, senza riuscire ad acchiapparla.
Un esempio, soprattutto, di quello che avviene in chi ci lavora, quando si ritrova a un certo punto della sua vita professionale, non individualmente ma come comunità di fabbrica, privo di un’identità, sollecitato a profilarne una nuova e poi un’altra, senza però che in tale trasformazione ci sia un filo logico che dia senso e coerenza a tutto.
L’azienda di Anagni, quando era Videocolor ed apparteneva ai francesi della Thomson, produceva tubi catodici per televisori e aveva il laboratorio di ricerca per tutta la multinazionale; poi è stata comprata dai Dooth, una nota e potente famiglia indiana, è diventata Videocon, ha cominciato ad assemblare apparecchi tv, ha annunciato di investire sul plasma, ma in realtà si è riconvertita in magazzino.
Dopo è arrivata la proposta di produrre grandi schermi per messaggi pubblicitari e informazioni; subito appresso si è proposto chi avrebbe costruito pannelli fotovoltaici; alla fine, si è fatto vivo il gruppo di pellettieri marchigiani.
Dalla missione di rendere tutti i punti del mondo più vicini, con l’alta qualità della tecnologia delle immagini, a quella – forse - di renderli più agevolmente raggiungibili, con borse e calzature di qualità.
Di Tarcisio Tarquini il 03/07/2009 alle 19:24
