01/10/2009
Se la "mission" stravolge la missione
Una riflessione sugli stravolgimenti della missione, sollecitata da un articolo di Michele Marzano su Repubblica di oggi.
Raccontando del ventottesimo suicidio di un dipendente di France Telecom e della crisi depressiva che sembra distruggere chi lavora in quella grande impresa, il giornalista suggerisce che una delle ragioni sia riconducibile ai comportamenti del nuovo management.
Mission, dunque, la parola, il concetto incriminato. Noi che dissodiamo i campi della rendicontazione sociale (rendiamociconto.blog.rassegna.it/2009/09/29/163-a-cosa-serve-e-a-chi-la-rendicontazione-sociale/, restiamo stupiti. Sappiamo, infatti, che esiste una mission dell’azienda e di qualsiasi altra organizzazione sociale, che è il quid della sua esistenza, della sua attività, del suo essere diversa da ogni altra.
Pensiamo anche che esiste una mission di ciascuno di noi (si può chiamare anche missione) che contrassegna la nostra vita, spinge le nostre azioni, motiva le nostre priorità e che risulta perciò influenzata fortemente dalle nostre convinzioni etiche e religiose.
È davvero azzardato, però, far coincidere la mission della azienda nella quale lavoriamo con quella che sentiamo la nostra individuale. Anche da un punto di vista teorico, perché è come se dicessimo che due organizzazioni hanno la stessa missione. Il rapporto non è questo e l’adesione alla missione specifica di un’organizzazione non comporta mai l’assimilazione personale della stessa missione. Ma se è poco plausibile che ci siano persone disposte a crederlo, non è purtroppo da escludere che ci sia qualcuno (il manager di nuovo conio) interessato a farlo credere.
Raccontando del ventottesimo suicidio di un dipendente di France Telecom e della crisi depressiva che sembra distruggere chi lavora in quella grande impresa, il giornalista suggerisce che una delle ragioni sia riconducibile ai comportamenti del nuovo management.
Nel suo richiamo costante e fanatico alla mission che ciascuno dei lavoratori sarebbe chiamato a seguire nel nome delle fortune aziendali, cosicché ogni fallimento dell’azienda risuonerebbe cupamente come un fallimento del singolo individuo.
Mission, dunque, la parola, il concetto incriminato. Noi che dissodiamo i campi della rendicontazione sociale (rendiamociconto.blog.rassegna.it/2009/09/29/163-a-cosa-serve-e-a-chi-la-rendicontazione-sociale/, restiamo stupiti. Sappiamo, infatti, che esiste una mission dell’azienda e di qualsiasi altra organizzazione sociale, che è il quid della sua esistenza, della sua attività, del suo essere diversa da ogni altra.
Pensiamo anche che esiste una mission di ciascuno di noi (si può chiamare anche missione) che contrassegna la nostra vita, spinge le nostre azioni, motiva le nostre priorità e che risulta perciò influenzata fortemente dalle nostre convinzioni etiche e religiose.
È davvero azzardato, però, far coincidere la mission della azienda nella quale lavoriamo con quella che sentiamo la nostra individuale. Anche da un punto di vista teorico, perché è come se dicessimo che due organizzazioni hanno la stessa missione. Il rapporto non è questo e l’adesione alla missione specifica di un’organizzazione non comporta mai l’assimilazione personale della stessa missione. Ma se è poco plausibile che ci siano persone disposte a crederlo, non è purtroppo da escludere che ci sia qualcuno (il manager di nuovo conio) interessato a farlo credere.
Di Tarcisio Tarquini il 01/10/2009 alle 18:15
