25/10/2013

Un cartello di protesta che interroga le nostre certezze

Ha colpito, naturalmente, la notizia della morte di Raffaele Pennacchio, il malato di Sla che da alcuni giorni protestava davanti al parlamento per chiedere fondi per l’assistenza domiciliare e stigmatizzare l’insoddisfacente, o addirittura indifferente, risposta della sanità pubblica alle sue necessità - e di quanti come lui - d’essere assistito e accudito.
Alcuni giornali (e siti) hanno documentato la protesta finita così tragicamente (lo ha ucciso lo stress, ha dichiarato la moglie) con una foto apparentemente incongrua, quella di quest’uomo che mostra un cartello nel quale c’è scritto “non vogliamo le coop, gli assistenti li scegliamo noi”.
La foto, tuttavia, è incongrua solo apparentemente e solo apparentemente sembra recare la denuncia di un problema secondario, rispetto a quello molto più grande che l’intera storia ha permesso di portare all’attenzione di tutti; l'istantanea tocca, in realtà, una questione essenziale del diritto di ciascuno di noi a essere curato e assistito quando ne abbia bisogno e, ancora di più, quando il bisogno sia estremo e non ammetta perciò provvedimenti meno estremi di conforto e sostegno.

Quel cartello sintetizza, infatti, questioni che rinviano a uno dei nodi più impicciati del modello di welfare che abbiamo costruito, e costringe ciascuno di noi a una riflessione a tutto campo, onesta e libera da partiti presi – anche quelli che suonano più consueti e convincenti. Quel malato dice, servendosi di uno slogan che può apparire coniato con freddezza burocratica e non immune da un piccolo peccato di ingenerosità, che mentre lo stato deve assicurargli l’assistenza, le modalità tramite le quali essa debba essere prestata spetta al malato stesso di determinarle, secondo una scala personale di necessità che pretende non “offerte” standard ma risposte individualizzate, basate su un rapporto di fiducia che chiede alle regole di piegarsi ai suoi criteri e alle sue urgenze e non il contrario.

A noi sembra piuttosto ragionevole che l’assistenza, per assicurarsi – e specialmente in questi tempi - le compatibilità economiche indispensabili, possa passare attraverso la catena classica dell’istituzione di un servizio e, quando lo stato o le regioni o i comuni non siano in grado di provvedere direttamente, dell’affidamento del servizio stesso a cooperative sociali (o anche ad altro tipo di aziende accreditate) alle quali sia demandato infine il compito di coprire i bisogni quanto più largamente sia possibile. La stessa riforma dell’assistenza sociale di oltre dieci anni fa, che pure ammette tra i suoi istituti il (controverso) voucher spendibile individualmente, poggia il suo asse portante su un sistema integrato di servizi in cui prevale più che la preferenza individuale dell’assistito l’obbligo di fornire una risposta collettiva, sia pure all’interno di una rete in cui si intrecciano livelli diversi.
A noi sembra certamente determinante ai fini della qualità dell’erogazione che vi sia una risposta codificata e, in un certo senso, modellata secondo una pubblica ed “esperta” interpretazione del personale stato di necessità, in maniera da evitare gli effetti di quella che gli studiosi chiamano “asimmetria informativa”, un fenomeno assai noto e indagato che in questo caso significa ammettere la possibilità tutt’altro che improbabile che garantire all’assistito la piena scelta in autonomia e libertà non sempre assicuri l’assistenza davvero necessaria al suo caso.

Quel cartello di protesta, però, è uno schiaffo in faccia che ci costringe a interrogarci ancora sulle nostre convinzioni, sull’efficacia dei sistemi di welfare cui abbiamo dato e diamo vita e alimento ogni giorno, sulle ragioni politiche e istituzionali e i moniti morali che abbiamo voluto porre a loro fondamento. E che ci ricorda che, al fondo di tutto, deve esserci una sola priorità, quella rivendicata da chi sta male e che chiede, forse prima di ogni altra cosa, una possibilità di comunicazione, il riconoscimento del suo bisogno, privato, unico: né cumulabile né commutabile con quello di altri.

 

TAG manifestazione di malati di sla raffaele pennacchio cooperative sociali assistenza

ARCHIVIATO IN Comunicazione

Di Tarcisio Tarquini il 25/10/2013 alle 22:00 | Non ci sono commenti

17/10/2013

Settanta anni dopo e un giorno

Il giorno della razzia degli ebrei romani è stato ricordato da molti (e anche da un mio post) parlando del racconto lungo di Giacomo Debenedetti, 16 0ttobre 1943, un capolavoro della memorialistica che, a giudicare dallo stupore intercettato girovagando su siti e blog, era fino a ieri meno conosciuto di quanto si potesse supporre. Ancora meno conosciuta debbo pensare, perciò, che sia un’altra splendida “memoria” di Debenedetti, riguardante i dintorni della persecuzione italiana contro gli ebrei, scritta dal “più grande dei critici letterari del Novecento” qualche tempo prima dell'altra e intitolata Otto ebrei; la si può leggere nello stesso volume del Saggiatore (che io posseggo in un’edizione del 1976, introdotta da un bel saggio di Alberto Moravia) che contiene il 16 ottobre 1943 e ospita, preceduta da una nota che spiega il senso dell’inserimento, La lettera a Hitler di Luois Golding, pubblicata nel 1932, nella quale lo scrittore inglese ragiona con il suo ignaro interlocutore sulla perennità, e perciò alla fine la reciproca necessità, del Semita e dell’Antisemita.

Otto ebrei è un testo anch’esso esemplare (precede di due mesi il 16 Ottobre 1943) che parte da una testimonianza, resa davanti all’Alta Corte di Giustizia per la punizione dei reati fascisti, nel corso del processo contro il famigerato e fascistissimo questore romano Caruso, celebratosi già nel 1944 mentre la guerra ancora investiva il nord del nostro paese e le camere a gas erano in piena attività. Teste è un commissario di pubblica sicurezza, il signor Raffaele Alianello, che rivela di aver suggerito, nel giorno dannato del 24 marzo 1944, a un suo sottoposto di cancellare dalla “prima lista” dei predestinati alle Fosse Ardeatine, eccedente di dieci unità rispetto al necessario, otto ebrei “insieme con altri due nomi scelti a caso”.
Debenedetti ragiona su questa ammissione, di cui nota subito (e il suo testo venne accusato per questo di essersi sottratto a un doveroso atto di riconoscenza) la torva volontà di ripararsi dietro quegli otto ebrei, depennati dal conto e salvati così dalla sicura morte, dall’accusa di aver concorso al rastrellamento, di puntare con discutibile disinvoltura a mettersi al sicuro dalla prevista punizione, di assolversi e impetrare assoluzione dall’ignominia di aver con puntualità ragionieristica sottoscritto il resto dell’elenco. “I fascisti quando comandavano loro” – scrive Debenedetti, prestando le sue parole al muto sillogismo di quel testimone e di altri che come lui temevano di trovarsi, o si sarebbero presto trovati, a giustificare le scelte compiute nei giorni della crudeltà e dell’infamia – “deploravano: peggio punivano il pietismo verso gli ebrei. Mostriamo di essere stati pietisti, di aver avuto questo coraggio, e risulteremo senz’altro iscritti, iscritti d’ufficio, senz’ombra di contestazione, nei ranghi dell’antifascismo. Dai, giovinotto, attaccati agli ebrei, tutto fa brodo, anche la carne sbattezzata. Fai vedere di aver derivato a favore degli ebrei il cavo preferenziale della benevolenza”.

Giudizio impietoso, forse, ma come contestarne la cinica plausibilità? Debenedetti, però, non si ferma a questa riflessione, c’è un’altra aberrazione che egli avverte dietro la generosità ostentata nella rappresentazione processuale dal signor Alianello: la constatazione che delle dieci persone sottratte ai carnefici otto lo fossero state in quanto “ebrei” e due “scelti a caso”. Perché non tutti e dieci “a caso”? “Perché gli ebrei ebbero il privilegio, la precedenza? Perché, su dieci posti, se ne portarono via otto? L’ingiustizia era uguale per tutti. (…) Ma all’Anianello gli ebrei dovevano apparire come degli innocenti più innocenti, delle ingiuste vittime più ingiustamente vittime”. Eppure l’ex commissario scelse di privilegiare gli otto solo perché ebrei, ribaltando la parola d’ordine che la propaganda del regime aveva riversato contro di essi additandoli “all’esecrazione e all’eccidio”. “Nel salvare preferenzialmente gli ebrei, in vista dei propri meriti futuri, l’Alianello subì una parola d’ordine pubblicitaria: come chi compra il dentrificio più lanciato, ripromettendosene per l’indomani i denti più bianchi. Obbedì a uno slogan”. “Perseguitati, proscritti, ammazzati, non già per le loro idee o il loro comportamento, ma come facenti parte di un’entità collettiva, come razza, anche i loro benefattori, quando è l’ora di salvarli, non li allineano fra gli altri uomini, a parità di cimenti o di fortune; anzi li salvano in blocco, rappresentanti quasi anonimi, e non meglio qualificati, di una razza: particelle segnacaso. Hitler, Mussolini, Alianello”.

Perché gli ebrei, dunque? È un interrogativo che suggerisce svariate riflessioni a chi voglia leggere la storia di ieri ma anche i fatti della storia dei giorni a noi più vicini sforzandosi di focalizzare sempre, all’interno dei gruppi e delle razze, le persone, gli individui: persone e individui che custodiscono nella loro intimità le ragioni più autentiche per stare al mondo e inseguire con libertà la loro fortuna, reclamando il diritto che nessuno osi forzarla indirizzandone il corso verso piste diverse da quelle segnate, per ciascuno, dall’intrecciarsi del merito e delle possibilità.
A me, però, la lettura di queste pagine di Debenedetti, oggi che le ho riaperte con altre intenzioni, rivelano improvvisamente, o magari confermano solo con nuova evidenza, il segreto della vitalità di un metodo, giusto per entrare negli affanni della vita e nelle tragedie del mondo come anche nel cuore nascosto della letteratura e delle sue narrazioni. Cercare sempre la fessura, la distonia, il falsetto per aprirsi il passaggio alla verità, meglio al contenuto veritiero del racconto; per scoprire quando dietro un’azione, una parola, una storia ce ne sono altre, quelle opposte. E che l’unica pacificazione, intellettuale e umana, possibile è quella che nasce dalla capacità di prenderne atto, come quando alla fine della lettura di un romanzo si arrivi alla parola conclusiva con la sicurezza di averne capito il significato, perché tutto ciò che prima ci sembrava chiaro e indiscutibile è adesso confuso, opinabile.
 

TAG giacomo debenedetti otto ebrei 16 0ttobre 1943 ebrei romani

ARCHIVIATO IN Memoria

Di Tarcisio Tarquini il 17/10/2013 alle 22:42 | Non ci sono commenti

16/10/2013

E il reddito minimo di inserimento?

Ma, insomma, anche stavolta si è trattato di una falsa partenza? Stando alle anticipazioni delle agenzie (e in particolare di quella specializzata del Redattore Sociale) nella legge di stabilità mancherebbe ogni riferimento (con conseguente impegno finanziario) al Sia, l’isituto di sostegno all’inserimento attivo che, nell’intenzione del ministro Enrico Giovannini – che ne aveva presentato recentemente le linee guida – avrebbe dovuto segnare il battesimo in Italia del reddito minimo di inserimento, e cioè della prima misura nazionale di contrasto alla povertà disegnata con un approccio universalistico, e quindi finalmente priva di quell’ipoteca categoriale che ha sempre caratterizzato da noi, differentemente che nel resto dell’Europa, ogni intervento sociale a favore dei più poveri.

L’impegno di Giovannini, appena un paio di settimane fa, era stato cauto ma preciso: nella legge di stabilità si sarebbero trovate le risorse necessarie per muovere i primi passi, in attesa che la riforma di tutte le politiche di sostegno al reddito potesse “liberare” in un futuro non troppo lontano (questo l’auspicio, almeno) le quantità finanziarie indispensabili per mandare a regime la misura applicandola su tutto il territorio nazionale e per tutte le situazioni di bisogno (7 o 8 miliardi di euro, la complessiva previsione finale per coprire il gap del 6% delle famiglie italiane).
Non ci si aspettava, perciò, molto, ma si contava su un segnale significativo, un’inversione di rotta rispetto al passato, che a partire dalla metà dello scorso decennio aveva fatto registrare la progressiva riduzione e poi la scomparsa definitiva di quella sperimentazione del reddito minimo di inserimento, avviata nel 1998 da un famoso decreto legislativo voluto dalla ministra Livia Turco, che aveva finito per interessare una vasta area del nostro paese e, soprattutto, aveva fatto da esempio e stimolo per alcune legislazioni regionali che (come quella della Campania) ne avevano ereditato lo spirito rimodellandone le modalità e gli strumenti.

C’è da ammettere, però, che il primo colpo di freno era arrivato proprio da una legge nata anch’essa dall’iniziativa di Livia Turco, la 328 del duemila sul sistema dei servizi sociali integrati, meglio conosciuta come la legge di riforma dell’assistenza sociale (nel senso che sostituiva completamente quella che aveva fondato nel nostro paese la moderna politica assistenziale, in vigore da quasi un secolo). In questo importante provvedimento – che però aveva peccato di tempestività, dal momento che era stato approvato appena un po’ prima che la quasi contemporanea riforma dell’ordinamento dello stato, e l’introduzione con essa di un primo cauto federalismo, spostasse il baricentro delle politiche sociali dal centro alle regioni – il Reddito minimo di inserimento era richiamato in uno specifico articolo, ma solo per indicarlo tra i livelli delle prestazioni essenziali da erogare e rinviarne l’istituzione a una successiva legge che avrebbe dovuto tenere conto dei risultati della sperimentazione allora in corso di attuazione.

Non c’è da perdersi in sofisticati ragionamenti; il disco rosso rendeva evidente l’imbarazzo da parte del legislatore che rimandava la costruzione di uno dei cardini della riforma del sistema dei servizi sociali del nostro paese a un altro momento, quasi temendo che a forzare sul punto l’intera riforma avrebbe rischiato di impantanarsi nella grande palude dei veti e dei ricatti parlamentari.
Abbiamo ricordato, in altre occasioni, che nello schieramento politico italiano – e al di là della sincerità delle dichiarazioni ufficiali – c’è una consistente corrente “bipartisan” contraria a misure che abbiano le sembianze di un reddito minimo
da assicurare a tutti coloro che ne hanno bisogno, a prescindere dalle loro condizioni di lavoro, di salute, di residenza. Non giova nemmeno, occorre sottolinearlo, la confusione che spesso si fa tra un istituto come il reddito minimo ieri e il Sia oggi, e il cosiddetto reddito di cittadinanza, che è tutt’altra cosa e nasce da ragioni che concernono i diritti di cittadinanza, appunto, piuttosto che le insufficienti condizioni di reddito.

Ma quale che sia il motivo della diffidenza, il fatto incontrovertibile è che dopo anni di denunce e di avvertimenti dell’Europa e dopo sperimentazioni che – fatta la tara a tutti gli eccessi che, come gli abusi segnalati alla magistratura, sembrano però più l’ennesima rivelazione di un più generale e diffuso vizio nostrano che la prova dell’inaffidabilità dello strumento – hanno offerto più ragioni di incoraggiamento che di fallimento, il reddito minimo di inserimento, o misure analoghe, non superano nel nostro paese il tempo dell’annuncio, il volatile stato della promessa. 
Dispiacerebbe constatare anche oggi che il capitolo, aperto solo qualche settimana fa, è stato chiuso, i
nvocando l’alibi stantio della mancanza di risorse. Le scelte sono priorità, le priorità debbono essere finanziate, altrimenti la legge che si fregia del titolo della stabilità significa la rinuncia a muoversi e diventa così la morta gora delle buone intenzioni.

 

TAG livia turco enrico giovannini reddito minimo di inserimento sia

ARCHIVIATO IN Rendicontazione

Di Tarcisio Tarquini il 16/10/2013 alle 21:47 | Non ci sono commenti

16/10/2013

16 Ottobre 1943

Incipit

Fino a poche settimane prima, ogni venerdì sera all’accendersi della prima stella, si spalancavano tutte grandi le grandi porte della Sinagoga, quelle verso la piazza del Tempio. Perché le grandi porte, invece delle bussole laterali e un po’ recondite come tutte le altre sere? Perché invece degli sparuti candelabri a sette bracci, quello sfavillare di tutte quante le luci, che traeva fiamme dagli ori, splendore dagli stucchi – gli stemmi di Davide, i nodi di Salomone, le Trombe del Giubileo – e sontuosi bagliori dal broccato della cortina appesa davanti all’Arca Santa, all’Arca del Patto col Signore? Perché ogni venerdì, all’accendersi della prima stella, si celebrava il ritorno del Sabbato.
Non la macilenta salmodia del cantore sperduto sul lontano altare; ma dall’alto della cantoria, nella romba osannante dell’organo, il coro dei fanciulli gloriava un cantico di sacra tenerezza, l’inno dell’antico cabalista, “Lehà Dodi’ Lichrà Calà”: Vieni, o amico, vieni incontro al Sabbato…Era il mistico invito da accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa.
Giungeva invece nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia. Non può esprimersi, l’agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. È venuta da Trastevere di corsa. Poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano una lista di 200 capi-famiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie.
(…)

Explicit

(…)

Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.

Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza. Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame “erano racchiusi” – così si esprime una sua relazione – “numerosi borghesi promiscui per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenere a razza ebraica”.

Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò “il treno piombato”, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro.
Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi per una diecina di minuti. “A richiesta dei viaggiatori invagonati” – è ancora il macchinista che parla – alcuni carri furono sbloccati perché “ chi ne avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali.” Si verificarono alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.
A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di servizio, il treno proseguì per Bologna.
Né il Vaticano, Né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri Stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che solo quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perché molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé ne parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa.





Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943
(scritto nel novembre 1944)
 

TAG giacomo debenedetti ghetto di roma deportazione degli ebrei romani

ARCHIVIATO IN Memoria

Di Tarcisio Tarquini il 16/10/2013 alle 00:55 | Non ci sono commenti

21/09/2013

La vocazione sociale dei Conservatori


Ieri si è svolto a Frosinone nel Conservatorio Licinio Refice il convegno che ha concluso Musica per vivere, il progetto che ha sperimentato l'inserimento di alcuni ragazzi autistici nei corsi dell'Istituto.
Risultati positivi, senza nascondere le criticità emerse. Tutti si sono dichiarati d'accordo a proseguire l'esperienza. Uno spazio è stato dedicato anche al saggio di due dei ragazzi di
Musica per vivere. E' stato il momento in cui tutti hanno capito che bisogna andare avanti. Nel convegno ho svolto una relazione sulla "Vocazione sociale dei Conservatori". Eccone il testo.

Qualche tempo fa la rivista Amadeus ha sollevato, con un breve articolo di uno specialista Carlo Delfrati, il tema della vocazione sociale dei conservatori. Delfrati lo ha affrontato citando come riferimento positivo, ma non seguito a suo dire nel nostro paese se non per l’adesione prestigiosa, ma solo a titolo individuale potremmo dire, di alcuni dei nostri più noti e prestigiosi musicisti, dell’orchestra venezuelana di Josè Antonio Abreu la cui finalità di recupero sociale di giovani altrimenti destinati alla delinquenza e alla droga è diventato un esempio straordinario di quello che un’idea che punta sulla musica, sulla istruzione, sulla fiducia nei giovani possa produrre in società devastate dalla criminalità e dalla miseria. Secondo Delfrati, un progressivo processo di specializzazione ha portato i conservatori a privilegiare una delle loro funzioni, quella di formazione e istruzione superiore della musica, smarrendo o appannando molto l’altra, quella di promuovere le persone attraverso la formazione musicale e di immettere nella società, grazie alla musica, germi positivi di una cultura capace di provocare il corto circuito necessario per uscire da condizioni endemiche di privazione, subordinazione, da quella cultura della povertà, insomma, di cui ha parlato un famoso studioso di questi fenomeni, Oscar Lewis, riscontrando in essa un insieme di cause ed effetti in cui grandi fasce sociali si trovano inviluppati senza potersene liberare.
Il discorso ha un suo serio fondamento per quanto riguarda il nostro paese, che del resto ha avuto nel passato, e in parte ancora ha, delle istituzioni musicali locali – alcune delle quali hanno dato vita ai Conservatori - come le civiche scuole di Musica (quella di Milano ha centocinquanta anni di vita), che hanno assolto in maniera esemplare la loro missione di concorrere con la loro attività al benessere pubblico. Allo stesso modo l’esperienza delle bande musicali che sono una presenza capillare nelle città italiane, soprattutto del sud, può essere – come lo stesso Delfrati, ma non solo lui, suggerisce – un punto di partenza per mettere a punto un modello italiano cui affidare gli stessi obiettivi che Abreu ha voluto raggiungere con la sua orchestra nazionale in Venezuela; già da oggi del resto, basta scendere a cento chilometri da qui e arrivare a Napoli per incontrare l’orchestra giovanile del rione Sanità che, per l’ammissione unanime di chi conosce bene il caso e ha scelto di partecipare alla sua attività, ha raggiunto risultati di socializzazione e integrazione, ma anche di educazione al comportamento e abitudine al rispetto delle regole, davvero rilevanti.
Non è perciò fuori luogo, riprendere il discorso sulla vocazione, sulla missione sociale dei Conservatori nel momento in cui essi stanno portando a compimento una difficile ridefinizione del loro profilo istituzionale, della loro collocazione nel sistema dell’istruzione pubblica italiana e europea, dei compiti dunque che l’intera collettività affida loro riconoscendone così la permanente legittimità.

In questo ci aiuta la storia. Io ritengo che tutte le istituzioni, così come più largamente tutte le organizzazioni, abbiano la necessità – soprattutto nelle fasi di cambiamento – di interrogarsi sulla propria missione originaria, sui perché che costituiscono da sempre, in maniera a volte più evidente altre volte meno ma che tuttavia ci sono sempre, la loro ragione d’essere. Non sempre questo processo di riconoscimento, indispensabile a fondare e orientare la propria azione nel presente e a progettarla per il futuro, viene affrontato con la serietà che merita: basti pensare, per la rilevanza e l’impatto economico e sociale sul sistema dei nostri enti territoriali e in senso largo del loro welfare, alla sorte e agli stravolgimenti che ha vissuto la Cassa depositi e prestiti che nel giro di pochi anni è diventata una realtà completamente diversa da quella che era stata dalle sue origini e che tanto aveva ben meritato per lo sviluppo delle opere pubbliche del paese e di tutte le sue comunità, anche quelle più povere. La storia, dunque, ci dice che la carta di identità degli enti è necessaria e che nella carta di identità dei Conservatori italiani, nei suoi tratti permanenti, compare una forte enfasi sociale alla quale quella formativa e professionalizzante è in un certo modo funzionale.

I Conservatori italiani nascono, infatti, nel cinquecento, nella forma di ospedali e orfanotrofi, come istituzioni, cioè, di politica sociale: strumenti di quel nascente stato sociale che il nuovo sviluppo della società di quel secolo e l’incedere dell’urbanizzazione andavano producendo nella vita delle persone. Non tutti i Conservatori italiani vantano questo atto di nascita; quelli successivi all’introduzione in Italia, sulle ali della rivoluzione francese, del modello parigino hanno avvii diversi anche se poi si ricongiungono in forme sempre più convergenti; i conservatori storici, quelli di Napoli e Venezia, sono però all’inizio Ospedali, specializzati ciascuno per diversi bisogni e bisognosi e spesso genericamente dedicati a svolgere una funzione sociale di assistenza prima ancora che una funzione sanitaria, in un’epoca in cui la cattiva salute più di oggi, comunque, era sempre frutto delle condizioni sociali più svantaggiate. Noi di questa realtà conosciamo molto dal momento che di essa si trova testimonianza in molte pubblicazioni; la più importante, perché coglie i conservatori nel momento in cui essi avevano appena assunto decisamente quella che sarà la loro missione moderna, senza avere ancora però tralasciato l’antica, è il Viaggio musicale in Italia di Charles Burney; un viaggio avvenuto nella seconda metà del 1770 che ci porta dentro i Conservatori di Venezia e Napoli, ci fa seguire le giornate di studio che vi si svolgevano, ci fa conoscere i ragazzi e le ragazze che vi venivano accolti e “conservati”, la loro provenienza sociale, le loro aspirazioni e le loro capacità musicali, il loro destino umano e professionale.



So che dopo di me,
il Maestro Luca Salvadori ricorderà un romanzo di Tiziano Scarpa, Stabat Mater, che racconta proprio di queste origini e di un momento solo di qualche decennio precedente al Viaggio di Burney, quando in uno dei Conservatori di Venezia prestava la sua opera di precettore il grande Vivaldi. Nel suo romanzo Scarpa ci racconta delle adolescenti ricoverate nell’orfanatrofio, in particolare di una di esse alla quale Vivaldi promette, in sostanza, il ricordo del nome grazie alla melodia del suo violino. Una giovane donna, dunque, dentro un Conservatorio-orfanotrofio; una circostanza di fatto da sottolineare, che ha una sua valenza sociale. Nei conservatori veneziani, infatti, a differenza di quanto accadeva in quelli napoletani venivano accolte le giovani orfanelle – sebbene qualche volta orfane non fossero affatto e l’accoglienza fosse subordinata solo al talento manifestato per la musica e il canto. Ci si è interrogati sul perché di questa distinzione che fa pensare a una specializzazione territoriale dei conservatori: a Venezia venivano accolte le “figliole” e a Napoli “i figlioli”. Una risposta l’ha data recentemente Pier Giuseppe Gillio (L’attività musicale negli Ospedali di Venezia nel Settecento), quando ha ipotizzato che questa distinzione dipendesse dalla diversità, dalla differente configurazione del mercato del lavoro nelle due grandi città maestre della musica nel secolo diciottesimo. È una ragione economica e sociale. A Venezia la maggiore richiesta di manodopera, formata negli ospedali, dava modo ai giovani maschi di trovare con più facilità e rapidità un lavoro, mentre le ragazze avevano percorsi più lunghi e perciò potevano impegnarsi nell’apprendimento della musica che richiede applicazione costante e periodi di studio non breve. A Napoli, invece, “i figlioli” avevano più tempo, perché meno frequenti erano le occasioni di trovare un lavoro che li liberasse dall’ospitalità degli istituti, ed i giovani potevano perciò essere inseriti nella formazione musicale avendo tutto il tempo necessario per portarla a termine.

Ci saranno state probabilmente anche altre ragioni, ma questa ipotizzata dallo storico veneziano non sembra del tutto secondaria e ininfluente. È interessante, ai fini del nostro discorso, guardare più da vicino i giovani e le giovani che vivevano nei Conservatori, che – anche questo è da tenere presente – avevano sempre un convitto annesso: sarà un retaggio storico che solo all’inizio del secolo scorso verrà cancellato, con una coda di violente polemiche arrivate fin quasi ai nostri giorni che dimostrano quanto la natura residenziale e assistenziale fosse ritenuta centrale, consustanziale all’istituzione. Cito due “figliole” veneziane, due tra le poche sfuggite all’oblio della storia perché evocate nelle pagine attente e cordiali di Burney. La prima è un contralto dalla cui arte il musicologo inglese racconta di essere rimasto impressionato e che egli ricorda per il soprannome toponimo con cui veniva nominata, la Ferrarese. In realtà, ci spiega Gillio, Burney fa confusione, cade in un equivoco, perché la cantante da lui ascoltata e che tanto l’aveva lasciato ammirato non era la Ferrarese ma Francesca Gabrieli; ebbene la breve biografia che di questa cantante traccia Gillio - trovandone i dati negli archivi dell’Ospedale dei Derelitti (uno dei quattro veneziani) dove la giovane, ancora bambina era stata accolta - ci dice molto sulla tipologia di chi era ospitato nei Conservatori dell’epoca: Francesca Gabrieli era veneziana ed era nata nell’aprile del 1747; deceduto il padre, che di nome faceva Gabriel, rimasta a vivere con una madre pazza venne ammessa all’0spedale quando aveva appena sette anni e diventò tra il 1764 e il 1776 l’attrazione dell’Istituto, ma finì poi vittima di una “fiera malattia” (probabilmente la stessa della madre alla quale si aggiunse, come dicono impietosamente i documenti, la rogna), che la fece mettere in isolamento nel 1778.
Di quello stesso periodo è un’altra figura esemplare di “figliola”, Bianca Maria Teresa Sacchetti, la cantante che dominò l’attività del coro dell’Ospedale dei Mendicanti sul finire del secolo diciottesimo. Anche lei, nata a Venezia nel 1768, venne accolta quando aveva appena sei anni, dopo essere stata abbandonata dal proprio padre e “attesa l’impotenza della di lei madre per il necessario sostentamento nella sua tenera età”. Venne così avviata allo studio del canto e delle tastiere; la sua vicenda umana e artistica è caratterizzata da un altro dato che ricorre con frequenza in queste biografie veneziane, ma anche in quelle dei “figlioli” napoletani, i tentativi di fuga, di solito non riusciti, per sottrarsi a una vita e a una disciplina durissime.

C’è un aspetto, una notazione di carattere sociologico molto acuta, a mio giudizio, espressa da Burney, che voglio ricordare anche perché ci permette di tornare al nostro discorso di oggi e sull’oggi. Burney dice che uno degli effetti più importanti dell’educazione musicale assicurata alle giovani negli Ospedali veneziani è che queste, destinate a sposarsi con giovani della nascente borghesia cittadina o a servire padrone e famiglie aristocratiche, finivano con lo svolgere una funzione di trasmissione e allargamento della cultura musicale di cui si giovava, anche per questa via, tutta la società. Le giovani diventavano agenti di quello che potremmo chiamare con termini più moderni un cambiamento antropologico prodotto dalla cultura musicale, cioè il cambiamento delle persone, con l’apertura di altre possibilità al loro destino. Questo elemento mi è tornato alla mente, quando Maurizio Agamennone – presentando il mio libro al Conservatorio di Firenze – lo ha citato, ragionando sugli effetti prodotti dall’istituzione del Conservatorio qui a Frosinone con la vera e propria rivoluzione portata nella vita dei giovani di diverse generazioni che hanno potuto frequentarlo, aprendosi una prospettiva di studio e un avvenire professionale che probabilmente per molti di loro non si sarebbero neppure profilati se il Maestro Daniele Paris non avesse avuto la generosità e la lungimiranza di creare questo Istituto.

C’è dunque un altro elemento, ed è l’ultimo, sul senso e la vocazione sociale dei Conservatori che mi pare importante ricordare. E concerne quanto un Conservatorio determina là dove nasce e opera con la sua attività di formazione. Nel nostro paese fino all’incirca cinquanta anni fa i Conservatori erano pochi, quelli storici e qualcun altro che si era aggiunto alla schiera negli anni trenta e quaranta del ventesimo secolo. La moltiplicazione degli Istituti si verifica tutta intorno a cavallo degli anni sessanta e settanta: come ho avuto modo di rilevare in altra sede, ciò avviene di pari passo, o per lo meno in coincidenza, con l’affermarsi delle autonomie regionali e territoriali. Sono note le polemiche che segnarono questa stagione, suscitate da coloro che ritenevano un errore quella che lamentavano essere un’eccessiva moltiplicazione di istituti, che alla fine avrebbe portato a un loro impoverimento, a una perdita di prestigio e perciò a una sorta di inflazionistica svalutazione del loro ruolo. La polemica dura ancora oggi, ma come ieri non convince perché paventa un pericolo, lancia un allarme ma non coglie l’altro dato evidente, quello appunto della potente opera di trasformazione culturale, sociale, personale che questa moltiplicazione ha indotto, senza contare l’apertura anche verso paesi stranieri che tramite i conservatori molte zone, come la nostra appunto, hanno conquistato.



















Riconfermare oggi la vocazione sociale dei Conservatori è perciò null’altro che prendere atto con maggiore consapevolezza
di quanto è scritto nel loro statuto istitutivo e che, per quanto riguarda Frosinone, è stato ricordato ampiamente ed efficacemente dal direttore Antonio D’Antò. Non vuol dire dimenticare il resto, ovviamente. E la realizzazione del progetto Musica per Vivere è importante proprio per questo, perché sa legare un processo formativo, che si china a individuare il talento della persona e da quello prende le mosse, a un percorso di promozione della vita di ciascuno, di un ragazzo, di una famiglia, in modo che ne risulti un benessere possibile da tenersi in dote per tutta la vita. Il progetto, come ascolterete nella relazione del dottor Ettore Del Greco e potrete ancora verificare nelle comunicazioni successive, non è semplice, ha incontrato le inevitabili difficoltà ci cui il convegno di oggi serve anche a dare conto, perché i punti di caduta critica siano esaminati per risolverli. Ma mi pare fuori di dubbio che debba essere proseguito e allargato, anche trovando nuovi campi, generando altri progetti (di uno, che nasce dall’entusiasmo provocato da Musica per vivere ma anche dalle dotazioni tecnologiche che il Conservatorio si è dato, già citato dal direttore, parleranno i docenti di musica elettronica). Musica per vivere, in fondo, può e deve essere una sorta di marchio, un progetto che attraversa tutto il Conservatorio. La maniera più semplice e sintetica per definire la sua missione di sempre.

(La grafica della locandina è stata ideata e curata dal maestro Antonio Poce; sono sicuro che l'autore della splendida foto di Glenn Gould con pianoforte e cane non avrebbe nulla da ridire sull'uso che ne abbiamo fatto).
 

TAG musica per vivere conservatorio licinio refice storia dei conservatori italiani

ARCHIVIATO IN Diario dal Conservatorio

Di Tarcisio Tarquini il 21/09/2013 alle 19:41 | Non ci sono commenti

18/07/2013

Vincenzo Cerami e la Cantata della CGIL

“La scrittura non è difficoltosa quando le idee sono chiare. La fatica viene prima. L’idea drammaturgica mi è stata ispirata da una semplice frase che recita l’Ecclesiaste nella Bibbia, là dove dice che “due sono meglio di uno, perché se uno cade l’altro lo rialza”. In questa frase c’è tutto il senso della solidarietà, del primato dell’uomo, dell’amicizia”. L’ho messa al centro di tutto, in modo da inquadrare l’opera della Cgil in un contesto antropologico, e quasi religioso”. Così Vincenzo Cerami spiegava al giornalista Carlo Ruggiero – che intervistava lui e Nicola Piovani per farne la presentazione del libretto – il senso che egli aveva voluto dare al testo della Cantata dei cento anni, composto – per le musiche, appunto, di Piovani – in occasione del centenario della Cgil (Andrea Carraro ricorda oggi l'opera, definendola  "potente").

L’intera intervista si può leggere nella bella edizione  - libretto e CD - che è stata pubblicata nel 2007 dalla case editrice Ediesse, al termine di un giro che aveva portato La Cantata in molte città della penisola, partendo dall’Auditorium della Musica di Roma, con una “prima” che aveva avuto Gigi Proietti come voce narrante (poi sostituito nel resto del tour da Massimo Wertmuller, che svolge lo stesso ruolo anche nel cd dell’Ediesse) e Roberto Benigni tra gli spettatori più entusiasti.

“Gli spettatori di tutt’Italia hanno respirato ogni nota e ogni parola della Cantata – proseguiva Cerami – non un rumore, un colpo di tosse, malgrado fossero lì a migliaia. E alla fine l’entusiasmo, il bis ci ripagavano di tanto lavoro e tanta paura di non essere all’altezza del tema e della gloriosa, dura storia della Cgil”.

“Due sono meglio di uno
due sono meglio di uno solo.
In due è metà la fatica
Meglio in due che da solo.
Se uno cade il compagno lo rialza.
Guai a chi è solo,
se cade chi lo rialza?
In due si dorme caldi,
chi è solo come fa a scaldarsi?
Meglio parlare a un altro,
guai a parlare da solo.
Se sei solo chi ti ascolta?
Chi parla da solo gira a vuoto,
come un cespuglio al vento
come ruota nel fango.
Due sono meglio di uno,
se uno è aggredito a resistere saranno in due.
Insieme si resiste.
In due il doppio si è forti,
una treccia di corde è più forte di una corda sola.
Non si spezza facilmente.
Chi è solo perde anche la parola.
Due sono meglio di uno solo.”


L’opera si concludeva con una Danza, che potrebbe essere l’ inno della Cgil, il canto di oggi di un movimento più antico di un secolo.

“Ho visto cielo e terra/bandiere che cantano/e madri contro la guerra/e i figli che giocano./Padri e figli che giocano/padri con gli abiti a festa.//Ho visto folle e battaglie solenni,/una favola lunga cent’anni.//E ho visto campi e fabbriche/bagnati di sudore/mazurche leggere/e ragazzi sudare allegri nell’amore.//Cantano da un secolo/un secolo di speranza/cantano cancellano/le pagine di violenza./E’ un corteo lungo più di cent’anni/tante facce che guardano avanti/verso piazze che già s’intravedono/parlano di libertà./Raccontano da un secolo la fabbrica del lavoro/e insieme cantano la musica/che è buona per marciare in coro.”


 

TAG vincenzo cerami gigi proietti la cantata dei cent'anni nicola piovani andrea carraro massimo wertmuller ediesse

ARCHIVIATO IN Memoria

Di Tarcisio Tarquini il 18/07/2013 alle 18:09 | Non ci sono commenti

06/07/2013

"IL Costo della Vita" a Frosinone

Si deve alla Filctem Cgil di Frosinone e al suo segretario generale Silvio Campoli la bella presentazione del libro di Angelo Ferracuti "Il Costo della Vita" (Einaudi, 2013) che si è tenuta, in una gremita e attenta sala della Villa Comunale della città, nel tardo pomeriggio di oggi, 6 luglio.
Si è parlato di questo libro che racconta, ventisei anni dopo, l'incidente sul lavoro nei cantieri navali di Ravenna che costò la vita a tredici "picchettini" asfissiati dalle esalazioni venefiche scaturite nelle stive della nave gasiera Elisabetta Montanari, per il concorso di una serie di omissioni e responsabilità che rivelarono, in un paese che forse nemmeno lo supponeva, quanto rischio ci fosse ancora nel lavoro e nelle condizioni di lavoro e di quante complicità potessero avvalersi  imprenditori spregiudicati ubriacati dalla bramosia del profitto mentre già cominciavano a profilarsi, nel settore, i morsi della competizione internazionale.
"Una tragedia che si spiega alla luce della sconfitta operaia, culturale e politica, degli anni ottanta", ha sintetizzato Ferracuti, per illustrare il senso del suo libro che guarda a una storia di ieri ma parla all'Italia di oggi e del futuro che da questo passato non si è riscattata. Del libro hanno discusso, insieme con me, il critico letterario Raffaele Manica, il presidente della comitato tecnico sicurezza sul lavoro di Unindustria Marco Micheli, sollecitati dalle domande di Carlo Ruggiero, giornalista di
Rassegna.it, dopo che il sindacalista Silvio Campoli ha spiegato che la presentazione di questo libro da parte del sindacato "è un modo di segnalare che la battaglia per la sicurezza del lavoro può trovare anche da un testo letterario argomenti e strumenti di analisi della realtà che aiutino a capire e affrontare meglio la necessaria lotta sindacale".

Di seguito potete leggere quello che ho detto io.

"Il libro di Angelo Ferracuti è importante non solo per gli aspetti letterari, di cui non parlo. È importante per una serie di motivi che cercherò di sintetizzare, senza eludere quelli che mettono in discussione anche noi stessi, il mondo dei nostri riferimenti politici e sindacali, i nostri comportamenti stessi.  Dal punto di vista della storia del nostro paese. Negli stessi giorni in cui ho letto “Il costo della vita”, ho letto anche un altro bel libro, quello di Giuliano Amato e Andrea Graziosi “Grandi illusioni”. È il racconto del nostro paese più o meno dall’unità a oggi, un racconto lungo e interessante con l’idea di sottolineare i nodi, i passaggi essenziali della storia italiana e del formarsi della sua identità. Se leggiamo il capitolo in cui gli autori arrivano a parlare degli anni ottanta, e in particolare dell’87, non troviamo nemmeno menzionata la tragedia di Ravenna, che invece è un momento essenziale, un momento di rivelazione, il momento in cui si avverte la persistenza di condizioni e luoghi di lavoro non degni della persona, persino in una zona dell’Italia “politicamente corretta” – quella da sempre a sinistra, con relazioni sociali esigenti, con amministrazioni efficienti; quando si scopre che la ricchezza del paese si basa su una grande ipocrisia e cioè che il benessere dato dallo sviluppo economico abbia aiutato tutti a migliorare le proprie condizioni di vita, a renderle dignitose.
In questo senso è significativa l’omelia “profetica” (così l’ha definita, e io condivido, Massimo Raffaeli sul Manifesto) del cardinale Ersilio Tonini, quella che denuncia l’intollerabilità di una situazione in cui gli uomini sono ridotti al rango di topi, costretti a una vita da topi nel ventre delle navi.
È un grande atto di denuncia ma anche un’ammissione di colpa, la segnalazione che anche a un magistero profetico, come quello di un grande e carismatico uomo di chiesa, era rimasta oscura una zona così devastata della sua comunità di fedeli e cittadini.
Gli incidenti sul lavoro, insomma, appaiono sempre (e per molti continuano ad apparire) come qualcosa di estraneo al corso ufficiale delle nostre vite, qualcosa di abnorme, soprattutto quando avvengono in quelle condizioni estreme e catastrofiche. Non fanno storia, non entrano nella storia e perciò non portano un senso, non determinano un insegnamento, non diventano un segno sia pure drammatico di identità nazionale.
Il libro di Ferracuti è un contributo a ricomporre questa pagina strappata, espunta dalle ricostruzioni; il suo diventa perciò un atto di verità che ha un valore morale in sé.

L’indifferenza della storia è anche però l’estraneità della società. Questo è un’altra evidenza che il libro di Ferracuti aiuta a focalizzare. Nella ricostruzione di quel giorno fatale (nelle testimonianze, prima di tutti quella della cronista locale dell’Unità) risalta un aspetto quasi surreale, un’atmosfera sospesa, una contraddizione stridente tra il dramma del cantiere e l’assenza, l’estraneità della città. Ora questo si può spiegare e giustificare in vari modi, ma il senso di questa incoerenza tra la città e il cantiere, il senso di questa manifestazione di reciproca alterità – parliamo della giornata dell’incidente, della foto scattata all’improvviso nel momento cruciale che segue la tragedia, poi ovviamente il quadro si ricompone, ma conta l’attimo dello scatto perché ci permette di cogliere una sfumatura che sarebbe poi stata coperta dal clamore – è che l’incidente svela che il cantiere navale è una zona franca, in cui tutto può accadere, ogni regola può essere violata senza che la città ai cui margini territoriali esso si trova abbia mai fatto un passo per andare a vedere, per provvedere, per aiutare quei lavoratori che da soli non potevano farcela a uscire fuori da questa condizione di subalternità assoluta, dettata dal bisogno. L’aula semivuota al processo, qualche tempo dopo, è la prova che la separatezza, la solitudine della parte più debole degli operai del porto, dei picchettini, non è stata superata.
Di questa società sorpresa, anche quando non è stata connivente, fanno parte le stesse forze della sinistra che governavano (e governano) quella parte del paese, e il sindacato che là, in quelle zone, ha una tradizione molto solida: mi spiegava anni fa Beppe Casadio, un dirigente che si trovava sul posto, essendo segretario della locale Cgil, che il modello delle camere del lavoro, centro di vita cittadina non solo sindacale, nasce proprio là e nelle vicinanze. Eppure la Mecnavi coglie impreparati anche i sindacati, la Cgil.
Di quei giorni ho ricordi personali. Il segretario generale della Cgil era Antonio Pizzinato; ricordo che era letteralmente sconvolto. Dal punto di vista della politica sindacale, Pizzinato si impegnò strenuamente nella lotta per la sicurezza sul lavoro, per mettere questa al centro dell’attenzione sindacale dopo un periodo in cui forse erano prevalse preoccupazioni più politiche nell’ultimo scorcio della segreteria - una grande segreteria, preciso - di Luciano Lama. Da lì nacque la grande inchiesta del Senato sulla sicurezza sul lavoro, a cui si dedicò una commissione presieduta e animata proprio da Luciano Lama; con una relazione conclusiva che è un testo credo ancora oggi fondamentale (pubblicato dall’Ediesse, ne curai io la redazione) e anch’esso con toni degni della letteratura americana e europea degli anni trenta, quella che guarda con occhio nudo, senza veli retorici, la società che si sta formando e le tragedie umane che la caratterizzano. Da quella commissione nasce anche la successiva legiferazione sulla sicurezza sul lavoro con il decreto 626, capostipite di un sistema normativo assai complesso che è stato definito tra i più avanzati del mondo industriale, ma che periodicamente viene rimesso in discussione con modifiche, integrazioni, preoccupate in genere di allentare il sistema dei controlli, che è il vero punto debole del quadro.

La terza riflessione che mi viene suggerita dal “Costo della vita” è quella sull’uso di una locuzione che per noi che abbiamo una cultura profondamente influenzata dal sindacato italiano, dalla sua dimensione confederale, assume grande significato, ma che la lettura di questo libro costringe a rivedere per liberarla da un’incrostazione retorica che adesso vedo insopportabile. La locuzione è quella che celebra il “valore sociale del lavoro”, un’affermazione densa che porta a guardare il lavoro come un valore in sé, che vale per il fatto stesso che c’è, che viene accettato e che viene svolto dal momento che il suo segno sociale è sempre e comunque positivo. Non credo che sia così e non lo è; che valore può esserci in quello che fanno i "picchettini" nella pancia della nave e soprattutto nel modo in cui lo fanno? La modalità di un lavoro, la dignità delle condizioni in cui viene svolto ne cambiano il senso, non ne sono comunque giustificati. L’espressione “valore sociale” del lavoro se vuole riferirsi al fatto che quell’attività produce una ricchezza sociale, un bene che è godibile non solo da chi lo fa, perché gli porta un reddito che lo aiuta a vivere, ma anche dagli altri e dalla società deve anche aggiungere che il lavoro ha un valore sociale ma non deve essere visto in termini astratti. Ha un valore sociale se è dignitoso, se rispetta la persona che lo fa, se provvede al suo bisogno materiale ma non ne mette in pericolo la vita, o anche la libertà fondamentale di poterlo rifiutare senza averne un danno: e ciò può essere possibile solo se tutti rifiutano quel lavoro, nel senso che ne chiedono, ne pretendono, ne ottengono il miglioramento delle condizioni e la sicurezza necessaria. Ciò che conta non è perciò tanto il valore sociale del lavoro, ma il valore che diamo alle persone che lavorano; ciò che conta è il costo che siamo disposti a riconoscere e il prezzo che siamo disposti a pagare per la sicurezza e la dignità delle loro vite. Il libro di Angelo ci aiuta a fuggire dalla retorica, dall’autocompiacimento della declamazione a effetto, dalla rassicurazione di un pur nobile e nobilitante luogo comune. Il valore sociale del lavoro è tutt’uno con il valore individuale della persone che lavorano; è prima di tutto la capacità che ha di rispondere alla sua domanda ineliminabile e assoluta di sicurezza, di libertà di scelta. Arrivo a un’estremizzazione, che ieri mi sarebbe parsa solo una provocazione. E che adesso ripropongo come un interrogativo plausibile. Perché il lavoro abbia davvero un valore sociale occorre che sia libero, che non sia sottoposto al bisogno di avere un reddito; che ci sia insomma una condizione generale che permette a tutti di accettare e rifiutare il lavoro perché un reddito di sussistenza è assicurato. Capisco l’avventatezza dell’ipotesi (che comunque non è estranea al dibattito economico e alla grammatica di economisti di riconosciuto prestigio), ma è il libro di Ferracuti, con la sua verità, a costringere lo sguardo oltre il consueto.

C’è infine un valore sociale di questo libro non meno apprezzabile di quello letterario, di cui ha parlato questa sera Manica e hanno scritto intelligenti recensori. Sotto questo profilo, sottolineo solo un elemento di giornalismo autentico, la voglia e la caparbietà di vedere e verificare di persona; di non dare mai per scontato che le persone che hanno parlato una volta non siano disposte, se sollecitate con modi nuovi e più adatti, a parlare ancora e a offrire perciò un’impressione nuova, una nuova porzione di verità delle cose. E poi la capacità, che sembra innata ma è invece il risultato delle tante storie dei tanti maestri che Angelo ha letto e meditato, di intuire quando il testimone, il documento, il fatto ha detto, accertato, espresso tutto ciò che aveva da testimoniare, accertare, esprimere. È l’equilibrio della narrazione che il narratore si porta dentro, un personale metronomo che lo mette al riparo dalla ridondanza, dall’eccesso. Per questa ragione la scrittura di Angelo Ferracuti ha una misura classica. La letterarietà sta, in un certo senso, nella esteticità funzionale della situazione che si crea per effettuare e continuare l’indagine. Basta riferirsi al viaggio e alla scoperta, alla fine del libro, di chi era e da dove veniva e che tracce ha lasciato l’unico immigrato vittima della strage. Un capitolo che è un condensato di verità umana e di finzione letteraria, di luoghi letterari, come il viaggio, la ricerca, la scoperta, l’avventura.

Ma dicevo del valore sociale del libro, per le conoscenze che accresce e per la realtà del lavoro che rivela, dando a tutti noi le parole per definirla: capacità di definire e parole che costituiscono una premessa indispensabile per cambiare ciò che va cambiato. Potremmo dire è un libro che lotta, perché ci dice che lottare è ancora necessario.

(Nella foto, Angelo Ferracuti con Mario Dondero autore delle fotografie del libro)
 

TAG angelo ferracuti il costo della vita mecnavi elisabetta montanari ersilio tonini

ARCHIVIATO IN Letture

Di Tarcisio Tarquini il 06/07/2013 alle 23:55 | Non ci sono commenti

16/06/2013

Stefano Terra e Massimo Novelli. Biografia non "innocente"

In una parte impolverata della mia biblioteca ho cercato e ritrovato, alcuni giorni fa, il romanzo di Stefano Terra “Le porte di ferro”, pubblicato da Rizzoli nel 1979, di cui ricordavo di aver acquistato la prima edizione, appena fresca di stampa. Sono stato mosso alla ricerca di questo libro, appassionante e singolare, dalla lettura di una bella biografia che su questo autore, pressoché dimenticato (non si ha notizia di ristampe delle sue opere, ora che sono passati oltre venticinque anni dalla morte) ha scritto Massimo Novelli, giornalista di Repubblica, e che è stata pubblicata non più di qualche settimana fa, nella collana Carta Bianca dell’Ediesse (pp. 192, 12 euro), diretta dallo scrittore Angelo Ferracuti.
La biografia (non la legga chi si aspetti una ricostruzione “lineare” ed esauriente della vita dello scrittore torinese – o meglio la legga solo se è disposto a sperimentare un altro modo, più erratico e apparentemente divagante, di raccontare una vita e le opere di questa vita) si intitola “ La grande armata dei dispersi e visionari”, da un verso di una poesia che Terra dedicò a quel gruppo di intellettuali, giornalisti, politici che vissero l’esperienza dell’antifascismo e del postfascismo senza cadere nella trappola dello stalinismo, che non a loro ma a molti sembrò (e a taluni per troppo tempo, perché li si possa considerare puri della responsabilità delle aberrazioni seguenti) l’unico modo di opporsi alla barbarie fascista e nazista e il viatico più certo per la costruzione di una società nuova.

Stefano Terra si chiamava Giulio Tavernari, collaborò con testate importanti (tra le prime, Il Politecnico di Vittorini, di cui non accettò la normalizzazione togliattiana; tra le più importanti l’Ansa e La Stampa), grande esperto di politica internazionale, visse in Grecia (ma anche in Africa, in Medioriente, a Parigi) con le sue corrispondenze (che dal suolo ellenico interruppe all’avvento dei colonnelli nel 1967) e facendo l’editore; dall’esperienza trotskista e “giellista” (con Paolo Vittorelli, dal Cairo, passandoci direttamente dal fronte di guerra) approdò alle rive del socialismo riformista (scrisse anche per l’Avanti!); fu abbastanza noto in vita ma è scomparso, dopo la morte, dall’orizzonte della cultura e dell’editoria italiana.
Quest’esito non sorprende, purtroppo. I visionari che hanno avuto ragione in anticipo non sono mai stati graditi al mainstream dell’intellettualità italiana, che ha sempre mostrato di preferire – e di considerare a sé compatibili - gli uomini capaci delle metamorfosi di stagione. È per un sentimento di rispetto delle cose, della storia e degli uomini, dunque, che Massimo Novelli ha svolto la sua ricerca, seguendo Stefano Terra nei mille trasferimenti, cercando testimonianze dirette, ricordi e documenti, spostandosi lui stesso per cogliere sfumature dalle sfumature delle atmosfere delle città e delle persone incontrate dallo scrittore o anche per annotare le rapide impressioni di coloro che l’hanno appena visto, interrogandosi continuamente sul senso di un’intera, anche se marginale, generazione di uomini e menti libere, mai riscattate dalla loro dispersione.

Novelli scrive una biografia non “innocente”, nel senso che essa serve a chi la sta scrivendo per fare i conti anche con se stesso, perché nel profilo che le pagine vanno via via ricomponendo, a volte con un semplice schizzo a volte con un ordito più ampio, riconosce qualcosa che, senza tradire l’originale, assomiglia però molto anche a lui biografo, alla sua figura e al suo destino.
Persino a noi che leggiamo pare che sia così; che la storia, l’eroica sconfitta, di Giulio Tavernari – Stefano Terra raccontata da Novelli porti dentro una briciola di qualche nostra vicenda più povera; magari solo per un rimorso della generosità civile e politica di cui non siamo stati capaci: o per il rimpianto di quello che avremmo voluto essere, senza mai riuscirci. Senza mai arrivare all’altezza di quella sconfitta.





 

TAG stefano terra carta bianca paolo vittorelli massimo novelli

ARCHIVIATO IN Letture

Di Tarcisio Tarquini il 16/06/2013 alle 18:10 | Non ci sono commenti

12/04/2013

Giovani musicisti italiani all'estero

Nel Conservatorio di Frosinone, in questi anni abbiamo cercato di strutturare una politica per facilitare l’inserimento lavorativo dei nostri studenti e diplomati. [continua]

TAG conservatorio di frosinone working with music lucy di cecca sergio lattes programma leonardo

ARCHIVIATO IN Diario dal Conservatorio

Di Tarcisio Tarquini il 12/04/2013 alle 09:07 | Non ci sono commenti

06/04/2013

Il ticket "non solidale" di Pisa

Il mio amico di una intera vita Elio Vernucci, un medico che ha la cultura e il gusto sufficienti per la bella scrittura, che lui sa posare su composti pensieri, mi invia di tanto in tanto le sue brevi riflessioni su fatti, cose e persone. 
Questa volta, senza attendere la sua autorizzazione, ne ripropongo una - arrivatami stamattina - sul mio blog.

Il “caffè sospeso” è un’antica consuetudine napoletana. Una persona che prende il caffè al bar può lasciare pagato un altro caffè per un avventore futuro che abbia desiderio del caffè ma è sprovvisto in quel momento, o in tutti i momenti, dei soldi per pagarlo, ma, attenzione, ne potrebbe approfittare anche chi non è indigente!; Viene cioè offerto ad un futuro, del tutto ignoto, avventore. A Napoli tutti conoscono questa usanza, è descritta da tanti giornalisti e romanzieri. Per tutti valga Luciano De Crescenzo nei “ I dialoghi di Bellavista” (a pag 56).E’ un’usanza molto bella, ci fa capire cosa sia la fraternità, l’umanità, in una parola un piccolo spicchio di civiltà, proprio perché rappresenta un donare, nella sua minuzia, nella sua piccolezza, all’umanità intera. Senza nessun altro scopo se non quello , sia per chi dona e sia per chi riceverà, di avvertire, in un istante sospeso, la sottile bellezza dell’amore e dell’amicizia. (...)
Qualcosa di simile, dico simile non uguale, al caffè sospeso lo riconosco in un’usanza quasi quotidiana a cui, forse, partecipiamo tutti nei parcheggi comunali a pagamento: le strisce blu. E’ diventata quasi una istituzione. L’automobilista che ha già pagato il suo ticket, se, ritornando alla sua auto, dopo aver finito le sue commissioni, nota che è in anticipo sull’ora di scadenza, lascia il biglietto presso la macchinetta distributrice perché un altro, a lui del tutto sconosciuto, se ne avvantaggi oppure dona quel tempo che gli avanza ad un altro automobilista che arriva in quel momento. E’ l’occasione, sempre più rara nelle strade che ci hanno abituati al delitto del cacciavite, in cui i due automedonti, per un istante sospesi nel traffico, si sorridono, grati per questa cortesia reciproca, perché è in chi dà e in chi riceve. Colti in un ferma immagine come due eroi omerici, un troiano e un argivo tra loro nemici che sospendono la loro ostilità sotto le mura della città per un atto di pietà comune.
Eppure questa usanza dovrà scomparire. Se tutte le amministrazioni seguiranno l’esempio di Pisa. A Pisa per prendere il biglietto orario da mettere sul cruscotto è obbligatorio digitare i numeri della propria targa. Diventa impossibile in questo modo poter far dono del proprio tempo avanzato. Può darsi che il fine della società che gestisce i parcheggi o del comune sia altro ma sicuramente il risultato è questo. Un piccolo “spicchio” di umanità, di civiltà andrà perduto. Quando ho digitato il numero della mia targa è stato come se avessi avuto un groppo in gola come se avessi dovuto ingurgitare per forza tutti i “caffè sospesi” lasciati nei bar.
 

TAG pisa e napoli caffè scambio

ARCHIVIATO IN Al margine

Di Tarcisio Tarquini il 06/04/2013 alle 12:46 | Non ci sono commenti

1 - 10 (283 record)
« 1 2 3 4 5 6 »

  • dai blog